Benvenute/i. Questo è il BLOG dell’Associazione Ippogrifo Imola vivere la scrittura (Associazione culturale e ricreativa). Noi scriveremo. Voi potete commentare e avviare chiacchierate condivise.

venerdì 5 giugno 2020

Sai che succede? Succede la vita (di Tiziano Gioiellieri)

I Cloud sono magazzini. Non so voi, ci metto dei file che al momento considero importanti, poi, capita, li dimentico. Siano benedetti i cloud. Rimangono attivi e con l'indicizzazione fanno riemergere ricordi sepolti.
Dicembre 2018. Scrissi a un amico (Andrea Pagani). Sono un po' retrò e la comunicazione epistolare la considero efficace. Un e-mail, non una lettera cartacea, tuttavia non toglie il fascino di scambiare e condividere intimità e storie, come facevo prima dell'avvento della posta elettronica. Quante lettere, cartoline, biglietti. Tante.
Riassumo un estratto di quella lettera, un riassunto che desidero condividere. La spiegazione di uno stato emotivo; d'animo? Di malattia? Di disagio? Che cos'è per voi la depressione? Ad Andrea ne scrissi, in questi termini. Ho metaforizzato così; fatene ciò che più vi aggrada.

7 dicembre 2018
I giorni sono tutti diversi, nessuno assomiglia a un altro, anche se la percezione a volte tradisce, frega. Credi di passare giorni tutti uguali invece non è così. Penso che la realtà sia come la pensiamo, poi la vediamo e la viviamo. Credendo sia la realtà di tutti quando invece è soltanto tua. E’ tutto illusorio. Almeno finché hai dei figli/e sei “costretto” a pensare rivolto a domani. Con i figli non si può non pianificare. Con i figli da educare, allevare, rendere donne e uomini liberi, non si può (mi sembra giusto) vivere un giorno alla volta. Ed è l’essere genitori nella nostra cultura. Non ho mai considerato essere genitore “un mestiere” come a volte sento dire. Per me è un dono. Se hai fortuna lo diventi se no ci penserà la natura a far sì che la specie vada avanti, trascenda da te che non ti sei riprodotto, Qualcuno/a lo farà per te. 
Oggi, succede la vita.
Alle undici e mezza ho fatto una visita medica che mi ha aperto le porte a una nuova terapia trimestrale che “può” (ho il 70% delle possibilità) fermare, sospendere, la mia malattia. La inizio lunedì prossimo e sono entusiasta. Non perché vi riponga particolari aspettative (potrei essere nel 30% che non va, non sono stupido) ma perché è comunque una ragione di vivere. Sai, amico mio, la solitudine dopo una separazione la vivo come libertà oppure solo come solitudine. A volte sono attivo nella mia solitudine e sento libertà. A volte la subisco e quando infilo la chiave nella porta di casa sapere che nessuno mi sta aspettando, nessuno mi ascolterà, nessuno mi parlerà per condividere le gioie, i dolori, le soddisfazione e la fortuna di essere umani. Già. Essere umani. Perché “essere umani” non è facile. Siamo tutti esseri umani ma io penso e scrivo, ora, di altro. Cos’è “umanità”?. Sembra cinque minuti fa che ho avuto per la prima volta in braccio un esserino, mio, pardon, nostro figlio, di me e l’ex moglie. Ho capito che ero “svallato”, cioè avevo passato il vallo di essere figlio e diventare qualcos’altro. Figlio prima e ora padre. E’ stata l’emozione più grande, più bella, mai provata. Dopo i vent’anni se non sei un idiota e non hai un minimo di background culturale SAI SEMPRE che ciò che stai provando, per quando bello, piacevole e a volte meraviglioso è EFFIMERO. Con il bimbo in braccio di effimero non c’era niente. C’era la vita. C’era Gaia. C’era la natura. C’era l’anima. Mi pongo verso questa cura con un entusiasmo che non capisco da dove venga. Io non mi voglio né mi sono mai “voluto bene”, fisicamente. Eppure, stavolta boh? E’ diverso. 

Oggi succede la vita.

Sta succedendo, succede, capita.
Io penso che le occasioni, come le malattie, i problemi, capitano. Poi però ci sono opportunità che passano, contemporaneamente alle malattie, ai problemi ai necessari e (per fortuna) obbligatori down spirituali che capitano, a tutti/e. 

Dopo la seconda operazione all’anca sinistra (capita nei post operatori più frequentemente di quel che si sappia, le persone si vergognano della propria depressione) entrai in uno stato d’animo orrendo, orribile, buio, inutile a me e al mondo. La depressione è la malattia psichica più devastante che ci sia. Ce ne sono infinite versioni. Nel tempo mi sono fatto l’idea che esista una depressione per ogni persona, singolarmente, la sua. Tendenzialmente ci sono cure, farmaco terapie, ma sono “tendenziali”. Se ti va bene ok. Se no si va per tentativi. Ci sono i gruppi di auto aiuto, c’è la psicoterapia, i farmaci anti depressivi (è così’ difficile trovarne efficaci). Io la mia depressione post operatoria del 2004 (durata almeno due anni e più) l’ ho descritta. Ne ho fatto un immagine, una scenografia, per riconoscerla, vederla e capire cosa volevo farne, di questa depressione. Ho avuto a che fare con uno psichiatra che non è solo uno “scriva ricette” e mi ha sempre messo al centro (anche in maniera per me dolorosa perché quando sei depresso l’apatia è una cosa che ti rassicura anche si ti fa star male) del mio percorso “di cura”. Lui per esempio lo ha sempre chiamato semplicemente vita. Non usava termini come cura, paziente, farmacoterapia ecc. Chiamava e traduceva per me le cose che io gli raccontavo. Cioè la vita. Quello che succedeva, la vita.

Allora, la mia depressione l’ho vista così.

Ero accucciato a terra, seduto, in una stanza buia. Calda, accogliente ma ugualmente angosciante. Ho pensavo tante volte al suicidio ma non è il caso di farne un mito. Capita a tutte le persone depresse di provare sollievo pensando al suicidio. Io comunque ci pensavo tutti i giorni e lì al calduccio, nel buio della stanza stavo meglio se pensavo che l’avrei fatta finita. Tuttavia sapevo che nella stanza buia c’era un interruttore che se premuto, avrebbe portato luce. Sapevo che c’era, per ora bastava così. Avevo 39-40-41 anni. Un giorno iniziai a pensare che potevo cercare quest’interruttore. Ero spaventato, squilibrato (una parte forte di me diceva stai seduto nel tuo angolo) eppure iniziai a pensare che potevo alzarmi e cercare quel pulsante. Giorno dopo giorno, non so come, mi ritrovai in piedi strisciando al muro, cercando l’interruttore. Temevo di trovarlo, volevo trovarlo. Un giorno lo trovai, ci misi una settimana a decidere di premerlo e lo feci. La stanza si illuminò, per cinque sei secondi solamente, avevo paura della luce. Riuscii comunque a vedere delle finestre tappate, tapparelle abbassate. Il giorno dopo volevo stare al buio ma l’immagine di mio figlio che a occhi chiusi cercava le sue manine da mettere in bocca appena nato mi rinvigorì. Ritrovai l’interruttore e lo premetti. La luce mi abbagliava, faceva male ma a occhi chiusi mi forzai di resistere. Così fu. Osservai tutta la stanza, tutti gli angoli e calcolai i metri che mi separavano dalla finestra. Pesante come Polifemo mi diressi a “gattoni” verso la finestra. Impaurito, sudato, ma “gattonavo” e ormai ero in strada. Intanto sopportavo la luce. Arrivai alla finestra. A fianco c’era una cinghia. La finestra era completamente abbassata dall’esterno. Ero stanco. Riposai. Il giorno dopo di colpo ero sotto la finestra, la luce accesa e la corda della tapparella in mano. La tiro? Non la tiro?. Le manine di mio figlio appena nato come immagine nella mente. Tiro la cinghia della tapparella e vedo un altro tipo di luce. Spaventato riabbasso, rilascio immediatamente la cinghia. Il giorno dopo mi svegliai con la cinghia in mano. Con uno sforzo che non ha nulla di umano tirai la cinghia e venni inondato dalla luce del giorno, dalla luce di fuori, dalla luce del mondo, dalla luce della vita.

Avevo superato la mia depressione, l’ ho combattuta, con indicibili sofferenze per me e per chi mi era vicino. Non capivano. Non potevano capire e va bene così. E’ difficile capire una persona che sta così male. Poi però si rinviene alla vita dalla depressione, tutti insieme. Questo tipo di disagi che io chiamo antropospirituali non li si affronta da soli e se li si supera non li si supera mai da soli. 

E allora sai che successe? Successe la vita. Allora, come ora, come sempre.

Sai che due rette parallele non si potranno mai incontrare? Cazzate. E’ possibile tutto. Il destino non lo ha scelto nessuno per me. Sono il protagonista, l’attore principale sul palco. Io sono i miei comportamenti passati, con i miei comportamenti attuali determino chi sarò domani. Se ci sarà il domani. Perché come non si può cambiare il passato il futuro non esiste. Il tempo è una cosa strana. Va solo in un verso. Eppure io non ne sono così sicuro. Il fumo che esce da una sigaretta non vi rientra. Forse. Io vivo di forse da tanto tempo. E non è poi stato così male, finora ho avuto una vita complicatissimi condita da comportamenti particolari, che ne hanno determinato la bellezza, Ho una vita (ieri e oggi) bellissima. 
Qualche tempo fa mio figlio mi disse: “tu babbo hai pochi amici, amici veri, come mai?”
L’ ho guardato, ho abbassato lo sguardo, con le lacrime sanguinanti (nello spirito) gli ho risposto: “Sono morti. L’ AIDS me li ha portati via”.

E’ rimasto un po’ di pietra, poi mi passa un braccio intorno al collo e mi fa: “vabbè, ho capito, scusa”. Gli ho detto che non c’era motivo di scusarsi. Solo che i miei Amici, veri, sono altrove.
Non sono una specie di Highlander, in qualche modo, seppur malridotto sono qui e si vede che va bene così.

Sai che succede amico mio. Succede la vita.

Tiziano

Fonte foto: QUI


4 commenti:

  1. Ciao, roccia, sai che sei del tipo che pulserà per sempre? Sending out an SOS, e c'è sempre un ippogrifa/o pronta ad ascoltarti ... con tanto Rispetto. Eg

    RispondiElimina
  2. Grazie del commento amica cara. Sei luce e energia, siamo energia e siamo nel tutto. Idem per te. Mi troverai sempre per ascoltare, condividere, emozionare. Ho appena finito la full moon meditation. Felice, vivo e libero. Tz

    RispondiElimina
  3. Finito di leggere il tuo racconto, caro Tiziano, ho pensato subito due cose:
    1) "l'appetito viene mangiando" e mi è rimasta la fame di altre cose di te, di quel periodo.
    2) E che forse non hai detto per pudore, per discrezione per timore di disturbare coloro che ti leggono.
    Ciò che è certo, comunque, è che mi è piaciuto starti ad ascoltare. Grazie.

    RispondiElimina
  4. Ciao Lupo. Scrivi... "E che forse non hai detto per pudore, per discrezione per timore di disturbare coloro che ti leggono" ? Cioè? Cosa non ho scritto secondo te? Grazie del commento amico mio

    RispondiElimina

Print Friendly and PDF