sabato 14 maggio 2022

Resa a me stessa (di Paola de Simone)

Dal Concorso Nazionale di Poesia "Dantebus" - IV Edizione

"Resa a me stessa"

Irretita dalla paura di perdere il controllo,
quante unghie ho spezzato
per aggrapparmi alle rocce
che mi hanno graffiato i fianchi,
solcato il dorso!

Poi un severo boato...
ho tossito per la polvere delle mie illusioni,
ho camminato tra le schegge delle mie certezze,
scansando sagome accartocciate,
pestando macerie di fumanti beni materiali.

Nel silenzio denso,
seduta su una duna,
ho ritrovato il mio ego agonizzante,
fatto a pezzi.
Con un sussurro ci siamo abbracciati.

Ho sfogliato la schiena,
staccando le croste dei condizionamenti e delle influenze,
stirando le pieghe delle mie tendenze,
levando via finanche l'idea di passato.
Un'esplosione è sempre anche un'implosione...
sembra che ci spezzi le gambe,
ma in realtà è un sacro inchino dello Spirito alla Vita.

E quando si smette di lottare,
la resa diventa un'arena su cui distendersi.
Ed è qui che, chiudendo gli occhi,
li ho aperti davvero.

Respirando il mare di infinite possibilità
e abbandonandomi al centro della corrente,
sento tutto il mio potere,
che mi riconduce a casa.




mercoledì 5 gennaio 2022

Riaperture (di Andrea Ricci)

 

La vita è un fiume in piena che scorre in equilibrio tra gioie e dolori, dove spesso ad ogni periodo di spensieratezza, ne consegue uno di difficoltà. Ma la pandemia è stata ed è tutt’ora più di ciò; il Covid ha allontanato ognuno di noi da una quotidianità che ritenevamo intoccabile e che mai ci saremmo aspettati potesse mutare in maniera così prepotente. Sono svariate le sensazioni che abbiamo provato in questi ultimi tempi, ma più di questo, è interessante riflettere su quello che, in futuro o nell’immediato presente, trarremo da questo evento. Quale saranno le nostre reazioni all’avvicinarsi di una nuova normalità? Per rispondere a questo quesito credo sia appropriato concentrarsi sui piccoli particolari, partendo dalle basi e dalle cose all’apparenza più consuete nelle nostre giornate. A tal riguardo, ritengo calzante un episodio risalente alle prime riaperture.

Era un pomeriggio soleggiato come tanti altri. La stagione invernale era ormai agli sgoccioli e, con lei, si allontanavano mesi d’isolamento casalingo. Quel giorno, per la prima volta dopo mesi, decisi di fare una camminata nel centro cittadino. L’obiettivo era tra i più banali, ovvero quello di comprare qualche pizzetta da mangiare come aperitivo, poco più tardi. Così, presi la macchina, in compagnia della mia fidanzata, e guidai fino ai pressi del centro. Parcheggiai e ci incamminammo per i vicoli imolesi. Mi guardai intorno, come se fossi un turista attento nel cogliere ogni minimo dettaglio della città. Ben presto un senso di disagio iniziò ad impossessarsi di me, un nodo mi si strinse in gola e il mio cuore iniziò a battere ad una maggiore frequenza. Mi sentii vulnerabile e strinsi più forte la mano della mia morosa. Non mi fermai. Non volevo far notare quel mio momento di agorafobica insicurezza. Comprammo le pizzette e ci sedemmo su una panchina vicina al negozio. Bastò uno sguardo con la mia fidanzata per capire che quel momento di debolezza non colse solo me. Presi tre lunghi respiri, quasi a voler liberarmi dell’ostilità della situazione. L’angoscia lasciò progressivamente spazio ad una rinnovata serenità. I muscoli del collo si rilassarono nuovamente ed un brivido attraversò la mia schiena. Il senso di smarrimento tutt’a un tratto sparì e mi resi conto dell’importanza di quella semplice passeggiata. Ci incamminammo nuovamente e, con gli occhi sorridenti, rientrammo a casa.

Così, ritornando alla domanda iniziale, credo che si ponga davanti ad ognuno di noi una dicotomia. A me piace pensare alla pandemia come ad un momento storico dal quale imparare qualcosa e non solo unicamente ad un ostacolo occorso al nostro destino. Credo che il più grande insegnamento di questo periodo sia quindi quello di non dare per scontate le piccole gioie quotidiane, delle quali le nostre giornate son colme e le quali abbiamo la fortuna di condividere con qualcuno al nostro fianco. La camminata in centro con la persona che si ama ne è un esempio efficace, ma ne si possono individuare allo stesso modo tanti altri: un caffè al bar con un collega, un pomeriggio al parco con gli amici, un pranzo di festa con la nostra famiglia. Tutti quei momenti che rendono le nostre giornate speciali, quasi senza accorgercene; quelle occasioni che sono il pane della nostra vita, che dopo tanto tempo ci lasciano inizialmente impietriti, ma che poi ci sciolgono in una radiosa felicità. Dall’altra parte, molti torneranno ad avere la vita di sempre, dimenticando questo periodo o ricordandolo come una lunga agonia, senza trarne alcun significato.

È innegabile, la pandemia lascerà il segno. Sta ad ognuno di noi, però, decidere quale.

 Andrea Ricci

venerdì 12 novembre 2021

Tesoro mi si è allargata l'analisi logica (di Michele Castellari)

 

Robert Braithwaite Martineau, Kit’s Writing Lesson, 1852

Tesoro mi si è allargata l'analisi logica. Quando aiuto mio figlio nei compiti di italiano, mi accorgo di una cosa che ai miei tempi non esisteva, o forse fino a ieri viveva appartata nella soffitta dei ricordi come uno zio bislacco. La deflagrazione pulviscolare dei complementi. Ogni proselito grammaticale ha il suo tempietto politeista, ogni umoralità comunicativa la sua intestazione specialistica; esiste così il complemento di unione di origine di argomento di materia di qualità di età di pena di abbondanza di privazione di compagnia di maniera di allontanamento di paragone di peso di estensione di limitazione di distanza di colpa di stima di svantaggio di rapporto di esclamazione. L'esercizio astratto delle cosmogonie linguistiche pretende il possesso del cartellino di prenotazione, alla spossante ricerca dell'ufficio semantico di competenza.
I complementi di luogo si sono asciugati nei poveri movimenti cardinali di una carta antica, lasciando ad altri spin off sottosistemici la descrizione delle modalità di spostamento. Il complemento di specificazione, antico regnante di ogni altra concrezione enunciativa del "di chi di che cosa", ha perso terreno in favore degli irredentismi locali delle appartenenze, delle relazioni e delle capacità. Le scarne domande a cui il complemento rispondeva si sono nel frattempo frantumate in una pletora caotica di dilemmi e moventi, che sembrano aderire alla petulanza condominiale degli assemblearisti di sistema: dove ciascuno a turno ha una risposta peculiare, un'identità di settore e una collocazione di piano o di ascensore da presidiare a ogni costo.
Forse tutto ciò servirà a semplificare lo studio superiore del latino e del suo congegno annessionista, che accorperà le rifiniture regionali all'autorità consolare dei genitivi e dativi e, meglio ancora, a quella imperiale degli ablativi. O forse anche quella risulterà infine un'insufficiente riduzione, una riepilogazione fuori misura di fronte alle insopprimibili esigenze della modernità, la sua cacofonia decisionale, la fiera della vanità dei vani scale all'adunata assembleare del condominio Babele.
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