Benvenute/i. Questo è il BLOG dell’Associazione Ippogrifo Imola vivere la scrittura (Associazione culturale e ricreativa). Noi scriveremo. Voi potete commentare e avviare chiacchierate condivise.

giovedì 31 ottobre 2019

Halloween (Canto della strega) di Aldina Sommariva

Serva di due padroni
qui in piedi sulla soglia
non posso essere. 
Il male e il bene mi strattonano ed ignoro 
quale sia l'uno, quale l'altro. 
E oggi è un giorno d'oro
in attesa di una notte di Druidi,
notte di fuochi magica e nebbiosa.
Sono una strega, sai, ed è proprio questa
la mia celtica festa, amore mio.
Sono una rosa d'Irlanda. 
Se son serva di Dio o di Satana ancora non so dire.
Sento in me forze estreme ed un ardore mai osato prima. 
Ed è Saman signore dei morti che mi chiama, 
oppur Pomona dalle fruttate labbra? 
Ed è l'amore quello che ora mi spezza le ginocchia,
o una forza più forte mi è padrona?

Aldina Sommariva

Halloween. E' il nome dato alla notte del 31 Ottobre, che precede la festa cristiana di Ognissanti. Si pensa che le usanze legate ad Halloween abbiano avuto origine fra gli antichi Druidi, che credevano che in quella sera Saman, signore della morte, evocasse in massa gli spiriti del male. L'usanza dei Druidi era quella di accendere grandi fuochi la sera di Halloween, apparentemente allo scopo di tener lontani questi spiriti. Tra gli antichi Celti, Halloween cadeva l'ultima notte dell'anno, ed era considerato un momento propizio per poter prevedere il futuro. I Celti credevano anche che gli spiriti dei morti rivisitassero in quella notte i loro luoghi natali. Dopo che i Romani ebbero conquistata la Bretagna, aggiunsero ad Halloween alcune caratteristichedella festa che si teneva a Roma il primo di Novembre, in onore di Pomona, la dea delle frutta. La tradizione celtica di accendere i fuochi ad Halloween sopravvive tuttora in Scozia e in Galles, dove il culto dei fantasmi e delle streghe è ancora molto vivo. Tracce della festa romana di Pomona sopravvivono nelle usanze sia degli Stati Uniti sia della Gran Bretagna. In questi paesi, durante la festa di Halloween, si svolgono giochi con la frutta, ed è proprio così che è nata la tradizione di svuotare una zucca, accendendovi dentro una candela e trasformandola in una faccia grottesca. 
( Letto su un cartellone appeso in un fast-food il giorno di Halloween )
Da "METAMORFOSI DI UN DIVERTIMENTO" 
31 Ottobre 1997

martedì 22 ottobre 2019

La magia della affabulazione (di Andrea Pagani)


Leggere Nero d’inferno (ultimo romanzo di Matteo Cavezzali, Mondadori, 2019) è un po’ come assistere ad un film dei fratelli Cohen.
Sei catturato in un’atmosfera di potente affabulazione, magnetica, irresistibile, dentro un racconto che ti incastra e ti coinvolge, nel senso letterale della parola, cioè ti interpella, parla proprio a te, lettore, ti rende complice, come nelle più antiche narrazioni orali, davanti ad un camino crepitante.
E allo stesso tempo, accanto alla più antica tradizione narrativa, cioè quella della oralità, ti trovi alle prese con un romanzo di straordinaria modernità.
Senza dubbio, il segreto di tale seduzione narrativa, proprio come certi film dei Cohen, consiste nel gioco corale che l’autore riesce a realizzare, nell’umanità dei personaggi che riesce a presentarci, nella molteplicità dei piani di scrittura che ci vengono offerti.
Si parte, in effetti, da un plot di grande forza evocativa, per poi diramare una ricca biforcazione di punti di vista.
Siamo immersi nella storia vera di Mario Buda (altrimenti noto come Mike Boda), nato il 13 ottobre 1884 a Savignano sul Rubicone, sbarcato in America, a Ellis Island, nel 1907 con il sogno di aprire un negozio di scarpe (da cui il titolo del libro, che cercheremo di spiegare nei suoi sottili aspetti simbolici), ma ben presto alle prese con la cruda realtà della civiltà capitalista, che lo porta di giorno a scontrarsi col duro impietoso lavoro di fabbrica e di notte a commerciare illegalmente whiskey nella New York del proibizionismo, finché si avvicina alle idee del socialismo, conosce l’anarchico Luigi Galleani, si ribella all’inferno e alle ingiustizie subite dagli operai, e arriva a compiere il gesto per cui è passato alla storia, l’atto di terrorismo più tremendo che fino ad allora gli Stati Uniti avessero subito: il 16 settembre 1920 Mike Boda lascia un carretto all’incrocio tra Wall Strett e Broad Street, stipato di dinamite e pezzi di metallo attaccati a un timer.
L’esplosione, mentre la strada è gremita di gente, provoca 38 morti e 143 feriti.
Ebbene, su questo primo livello di ricostruzione storica, che Cavezzali conduce con sapiente maestria, riportando i resoconti dei giornalisti e degli avvocati che si occuparono del caso, e le voci dei testimoni, s’impianta una ridda di personaggi e di voci corali, che incrociarono il protagonista e che sono tratteggiati con la grazia e la sensibile profondità del narratore di stazza (difficile restare indifferenti, tanto per fare qualche esempio, alla “verità” della madre, che «non riconosce più il proprio figlio»; o alla figura di Matilde, con la quale il protagonista intreccia una struggente storia d’amore, fatta di poetici codici privati, e fatalmente destinata al fallimento; oppure agli intermezzi sugli italiani, così come erano “salutati” in America, «di piccola statura, di pelle scura, puzzolenti, dediti al furto e violenti»; oppure ancora ai personaggi di rilievo storico, che permettono all’autore di disegnare un affresco efficace e plastico dell’America degli inizi secolo, da Nicola Sacco a Bartolomeo Vanzetti e Luigi Galleani).
Si delinea così il ritratto di un personaggio nel suo spessore umano e nel suo dramma personale, tutt’altro che banale e stereotipato, bensì assai complesso, colto da sensi di colpa, roso dalla rabbia e dalla sete di vendetta, dove il “nero d’inferno”, diventa allo stesso tempo simbolo fiducioso del colore delle scarpe preferite, il modello che vorrebbe produrre, ma anche simbolo negativo per contrasto col verde delle ville dei ricchi, verso cui Buda nutre la sua animosa ostilità.
Ma l’operazione letteraria di Cavezzali si spinge oltre.
Innesca un incantevole meccanismo meta narrativo, che appunto ci riporta all’immaginario dei Cohen, poiché al di sopra di questo duplice livello strutturale (la cronaca dei fatti e le “verità” dei personaggi) se ne modella un terzo, evidenziato in corsivo: si tratta di un io narrante (con ogni probabilità l’autore stesso), che sta conducendo la ricerca storico-archivistica su Buda, da Savignano fino agli Stati Uniti, rivolgendosi al personaggio, quasi pirandellianamente, con un domestico “tu”, intrecciando anche episodi personali di lavoro e d’amore con Martina, e quindi mettendo in mezzo, in qualche modo, anche il lettore, invitandolo a prendere parte allo snodarsi degli avvenimenti.
Tale strategia letteraria permette, fra l’altro, alla Borges, di aprire squarci meditativi, magistrali momenti di riflessioni intimistiche, esistenziali, liriche, attorno ai temi universali dell’identità («che ci faccio qui?»), della forza delle parole, dell’amore e della morte.
Di certo, un impianto compositivo di tale complessità, e al contempo di tale spontanea semplicità, comporta apprendistato, mestiere, formazione, ma anche un talento naturale, imperioso, onesto: tale è la forza affabulatoria di un libro che, prima ancora di essere spunto di riflessione, è avvincente intrattenimento.

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Note

Il romanzo verrà presentato alla Biblioteca Comunale di Imola, martedì 19 novembre alle ore 20.30, nell’ambito della rassegna “Le forme del narrare” a cura della associazione “Ippogrifo. Vivere la scrittura”. Assieme all’autore ne parlerà Andrea Pagani.

Matteo Cavezzali è nato e vive a Ravenna. Il suo primo romanzo, Icarus. Ascesa e discesa di Raul Gardini (miminum fax, 2018) ha vinto vari premi letterari, fra cui Premio Volponi opera prima, premio Stefano Tassinari, premio Comisso. Ha scritto testi per il teatro e collabora con giornali e riviste. Ha fondato e dirige il festival letterario ScrittuRa a Ravenna.

Andrea Pagani, è docente di Letteratura, collaboratore di Zanichelli, presidente dell’associazione culturale “Ippogrifo. Vivere la scrittura”. È autore di sette romanzi, e tiene laboratori di scrittura creativa. Ha pubblicato una ventina di saggi sul Cinque-Seicento e sul Novecento. Il suo saggio su Joyce Il cammino di Bloom. Sentieri simbolici nella Dublino di Joyce (Pàtron editore, 2019), postfazione di Renzo Crivelli, è stato presentato durante le celebrazioni del Bloomsday a Trieste, 2019. Sito ufficiale: www.andreapagani.com





Crocevia (di Giorgia Satta)

Il sign. Luciano Poli, socio della nostra Associazione ha suggerito una poesia.

L'ho vista a un crocevia
l'anima mia camminare a passi incerti
fermarsi a prender fiato, guardando
indietro per toccare l'ombra.
Quello è l'istante della scelta del passo,
il momento che il sasso è d'inciampo
al cammino, il pericolo vero
per la resa del cuore,
e la cieca obbedienza al destino.
La spinta per l'oltre può essere il vento,
la sua direzione, il sentire da dentro
che non è compiuta la fine del canto
e che il pianto
è soltanto una parte del tutto.
Giorgia Satta (Facebook QUI)

Fonte foto: Nicoletta Cipelletti (Facebook QUI)
Giorgia Satta è sarda ma vive da molti anni in provincia di Bologna. Arrivata negli anni settanta per lavoro non è più andata via. Il legame viscerale con la sua terra non si è mai spezzato, forse da questo è nato l'amore per la poesia. Scrive infatti in maniera estemporanea come i poeti sardi di strada, che componevano al momento, nelle piazze, storie di vita in poesia su richiesta dei presenti e su temi dettati dal momento. Il tema diventa quello che le suggerisce un'immagine, una situazione, un'emozione improvvisa. In oltre cento poesie, Giorgia Satta fotografa l'esistenza e ne celebra le fatiche con uno slancio genuino. La sua è una profonda accettazione dell'umano, un "si" entusiasta alla quotidianità del vivere, una costante e inarrestabile ricerca del bene e del bello.

sabato 5 ottobre 2019

L’ULTIMO PENSIERO (di Aldina Sommariva)

Solo ogni tanto
Lo lascio andare come un moscerino.
Libero, non visto, inoffensivo,
si posa sulla testa di chi amo
e non chiamo.
Controlla che ci siano
che si muovano o dormano tranquilli
tutti
avvolti nelle loro vite assenti
mentre io mi rifiuto
di entrarvi, di domandare aiuto
e li amo da sola, da lontano.
Poi chiudo gli occhi
E ho solo la mia mano.
Aldina Sommariva

Da “L’ESTATE MUTA” 
Ottobre 2019

Aldina Sommariva è di origine milanese. Ha iniziato a scrivere in versi all’inizio degli anni ’90, dopo aver abitato in varie città sia in Italia sia all’estero. Da sempre affascinata dalla mitologia classica, è stata definita da Giuseppe Conte una poetessa mito-modernista, pur non essendosi mai sentita inquadrata in una particolare corrente. A cavallo tra la fine del ‘900 e l’inizio di questo millennio ha condotto insieme col cantautore e poeta Bruno Lauzi diversi recital di poesia. Suoi componimenti sono stati pubblicati su varie riviste, tra cui “Specchio” de La stampa e “Poesia” di Crocetti. Nel 2001 è stata a lei dedicata un’intera puntata della trasmissione radiofonica “Cortometraggi” (curata da Roberto Baracchini) sui poeti italiani contemporanei. Nel 2017 ha pubblicato per La Mandragora la raccolta “Poesie del malamore”. Attualmente risiede a Imola, dove ha tenuto alcuni corsi laboratoriali sulla scrittura creativa e sulle sue tecniche poetiche.

giovedì 3 ottobre 2019

Ancora (di Aldina Sommariva)

La poesia è spesso una faccenda notturna, di bruciori di stomaco che impediscono di dormire e di momentaneo deragliamento dai propri equilibri, almeno apparenti.
Aldina Sommariva 

Ancora più che in altri, in tre momenti
vorrei che ancora calda mi trovassi,
e ancora calda ti vorrei ospitare,
vorrei che nel mio sangue ti bruciassi.
Ti vorrei ancora calda in riva al mare
dopo essermi bagnata dentro al sole.
E ancora calda dopo un lungo sonno,
come uscita da un ventre che ricrea,
portata a te da un'umida marea
languida di una tiepida bonaccia.
E infine ancora calda delle braccia
di un altro, amore mio, ti vorrei amare.

Da "QUI DOVE PARLA SOLAMENTE IL MARE" 
Giugno 1998

Fonte foto: QUI
Aldina Sommariva è di origine milanese. Ha iniziato a scrivere in versi all’inizio degli anni ’90, dopo aver abitato in varie città sia in Italia sia all’estero. Da sempre affascinata dalla mitologia classica, è stata definita da Giuseppe Conte una poetessa mito-modernista, pur non essendosi mai sentita inquadrata in una particolare corrente. A cavallo tra la fine del ‘900 e l’inizio di questo millennio ha condotto insieme col cantautore e poeta Bruno Lauzi diversi recital di poesia. Suoi componimenti sono stati pubblicati su varie riviste, tra cui “Specchio” de La stampa e “Poesia” di Crocetti. Nel 2001 è stata a lei dedicata un’intera puntata della trasmissione radiofonica “Cortometraggi” (curata da Roberto Baracchini) sui poeti italiani contemporanei. Nel 2017 ha pubblicato per La Mandragora la raccolta “Poesie del malamore”. Attualmente risiede a Imola, dove ha tenuto alcuni corsi laboratoriali sulla scrittura creativa e sulle sue tecniche poetiche.

venerdì 23 agosto 2019

L’enigma dell’ora (di Andrea Pagani)

en mémoire de
Gérard de Nerval
Ténébreux, Inconsolé, Visionnaire

L’enigma dell’ora
di Andrea Pagani
Ci misi poco a cambiare idea.
Bastò, probabilmente, la vista, all’orizzonte, del profilo ambiguo e inafferrabile del castello.
Il vapore denso, lattescente della nebbia.
La sera era grigia e trasognata, come lo stato d’animo che mi visitava, una via di mezzo fra la malinconia e una strana improbabile apprensione.Per questo avevo scelto, contrariamente ad ogni previsione, di uscire, di gettarmi nella serata brumosa, di fare una passeggiata in mezzo alla foschia.
Il corso era deserto, i ciottoli scivolosi d’umidità.
La nebbia avvolgeva ogni cosa.
Una caligine grigia conferiva all’atmosfera un senso d’incredulo smarrimento.
Le torri del castello sbucavano fuori dalle coltri di nebbia come gli alberi di prua e di poppa di un antico veliero rinascimentale, dove la guardia dei leoni era il gonfio ed eretto pennone.
Mi tirai su il bavero del cappotto.
Fui visitato da un brivido di freddo, lungo la schiena, e orientandomi a fatica, guidato dall’istinto, mi diressi verso l’entrata di un palazzo.Superai la soglia, lasciando dietro di me il viluppo incongruo delle incertezze.
Mi agitava un umore sommesso, che sembrava appartenere ad un mondo arcaico, primitivo, avvolto in un’altra nebbia, quella della memoria.E solo scivolando con fiduciosa remissività in quella zona del mio cuore avrei portato alla superficie l’essenza del segreto sommerso.
Al bancone d’ingresso un distinto signore, in impeccabile livrea nera, dall’aria stanca e cerea, mi staccò un biglietto senza proferire parola.
M’affrettai a sistemare il cellulare in modalità vibrazione.Immerso in un favoloso silenzio, mi accinsi a visitare la mostra.
C’era qualcosa di magico e religioso nell’esperienza che stavo compiendo: lo avvertii nitidamente fin dalla prima sala, quando la serie di dipinti, con le loro tinte precise, coi loro colori vivi e corposi, mi comunicò una specie di ebbrezza, un autentico capogiro.
Affiorava da subito la fedeltà descrittiva del tratto pittorico, l’esattezza dei profili, soprattutto nel definire i particolari, eppure calati in un contesto improbabile: un guanto di pelle inchiodato su una stravagante parete di legno; rocchetti di filo dalle seriche lucentezze in bilico, in incerti ambigui equilibri su un ripiano; una spola di lana bianca appoggiata su una scala verde... e profili indiscreti e sfuggenti, sbilenchi, del castello rosso, con quelle torri erette e quelle verticali vertiginose che s’intrufolavano, di soppiatto, attraverso un angolo della finestra... e poi ancora manichini anonimi, senza volto e senza arti, solitari, disumanizzati, gravidi di un angoscioso mistero.
Attraversavo le sale come sospeso da terra, librato in aria, irretito da un vago presentimento.
Qualcosa di definitivo stava per accadere.
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