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domenica 12 aprile 2020

Come nacque la musica del "Testamento di Tito" (di Michele Castellari)

Un giorno chiesi a mio zio Corrado come nacque la musica del Testamento di Tito, di Fabrizio De Andrè. Mi disse che De Andrè gli aveva chiesto una melodia a tre piani, che assecondasse l’incedere narrativo del testo. Al primo piano doveva stare, duro come una frustata, l’assunto del comandamento. Al secondo piano il suo blasfemo avveramento da parte di ogni società farisea, che si attuava ora nel rovesciarne il senso, ora nell’assecondarlo testualmente senza ironia e senza pietà. Al terzo piano la morale immorale di Tito, che in quella letteralità o in quell’antitesi sbugiardava l'ipocrisia degli uomini. Una ballata che in un pretesto di ripetitività mutasse in modo impercettibile e progressivo il suo refrain, alla fine sbalzando fuori l’ascoltatore dall’abitacolo delle sue certezze: come riposare su una barca dondolati placidamente dalle onde, e trovarsi d’improvviso a bagno con le ossa fradicie.

Anche nella storia della crocifissione raccontata nel vangelo di Luca, il piano resta tripartito, ma all’inverso rispetto alla canzone di Faber. Il primo ladrone vede la morte in arrivo, e questo acuisce la sua ferocia, senza riscatto e senza speranza. Il secondo ladrone riconosce lo scandalo della condanna a morte di Gesù, e gli chiede di ricordarsi di lui quando entrerà nel regno dei cieli. Gesù alla fine gli dice: tra poco sarai con me in paradiso.

In De Andrè la legge vuota di Dio, l’ingiustizia degli uomini, l’inconsolabile solitudine umana. In Luca la solitudine umana, l’ingiustizia degli uomini, la carezza salvifica di Dio. Nella canzone di De Andrè il ladrone impara l’amore quando non gli serve più a niente se non a illuminare retrospettivamente la miseria di prima, perché di là lo aspetta il buio. Nel vangelo di Luca l’apprendimento del dolore è ancora uno sguardo prospettico, il seme fertile di una fioritura prossima ventura che sta per disvelarsi in piena luce e verità.

Il genio genovese di De Andrè, con la sua dimensione dei luoghi reali che diventa anche cartografia dell’anima, avverte la vertigine digradante delle montagne che gli gravano sulle spalle, ma anche la tentazione di un mare aperto che gli si staglia agli occhi e gli vagheggia l’ipotesi di un approdo sovrumano, infinito. Ma non riesce mai a partire, perché la massima religiosità possibile di colui che non crede è per l’appunto la narrazione di un’impotenza, e di una nostalgia. Tre piani sotto De Andrè, o trenta, anche per me è sempre stato così: studente somaro di un impossibile codice della navigazione, non ho mai disposto della chiave di accesso per osare la direzione finale.

Per me e per chiunque, allora, si riforma perennemente alla mente la melodia tripartita del nulla, del dubbio, di Dio. E quasi in parodistica imitazione di agenti segreti che ci cercassero reconditi significati da respingere o da abbracciare, lungo quella armonia tutti riascoltiamo il disco della nostra fede, o della nostra incredulità. E l’invidia di ieri non è già finita, stasera vi invidio la vita. Buona Pasqua a tutti.

Michele Castellari
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