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martedì 11 dicembre 2018

Lavami

Fotografia di Stefano Soglia
Lavami delicatamente,
non con un tubo ma con una carezza di spugna.
Non mi toccare, non perché ti odio ma perchè se no vorrò rilavarmi.
Non mi legare, sciacquami dei legami che mi ammanettano alle mie paure.
Amami piano, senza toccarmi, amami perché sono umano.

Eva Tondini

domenica 10 dicembre 2017

Storie di cane (di Eva Tondini)

Eva e Sasha
Oggi è il 14 luglio 2017.
Sasha, il mio primo cane, è nata circa cinque anni fa, il 6 luglio 2012, ed ha raggiunto la mia casa poco dopo, il 25 settembre dello stesso anno.
Ricordo ancora quel giorno, vivido nella mia mente e nella mia memoria.
Mnemosine fa il suo dovere quando si tratta di lasciar rivivere le emozioni.
Ero eccitatissima. Una settimana addietro l’avevo vista per la prima volta ed era stato subito amore. No, non era lei ad essersi innamorata di me, ma io di lei. Lei non fu subito il mio cane, ma posso dire con certezza che io fui subito il suo umano.
Ma nel momento stesso in cui la desiderai così tanto, compii due atti di Vergogna. Il primo, la portai via dalla sua mamma per mero egoismo, perchè mi sentivo sola e volevo una compagna di vita, qualcosa di cui prendermi cura: in una sorta di autoesaltazione, volevo che un’anima di questo mondo mi considerasse un dio.
Il mio fu egoismo.

Il secondo gesto di Vergogna, il giorno in cui la scelsi, fu pagare. L’anima del mio cane, il suo cuore che batte, il suo cervello che pensa, l’amore che mi avrebbe dato, la sua carne biologicamente viva e calda... pagai una vita 800 euro. Io ho comprato un’altra esistenza. Ho comprato il suo futuro, per averlo fuso al mio, sempre per egoismo.
Quando la presi in mano per la prima volta, era un grasso cucciolo brutto, grigio come un agnello, dal vello morbido e profumato di latte e sabbia. Piangeva. Lei non mi voleva, voleva la sua mamma, grosso cane di cinquanta chili, dallo sguardo gentile e rassegnato a vedersi strappare ad uno ad uno i propri figli.

Ma i cani si adattano in fretta.

Prima di Sasha di cani sapevo solo la teoria insegnatami dai trattati di Konrad Lorenz. Ho imparato in seguito quanto la teoria si discosti dalla pratica.
Portai a casa un cucciolo spaventato che subito mi individuò come fonte di sicurezza. Per i primi tre mesi nella mia casa lei non smise un giorno di ringhiare a mia madre, e a nascondersi al suo arrivo; poco tempo dopo iniziò a portarle i suoi giochi preferiti.

I cani si adattano in fretta.

Dopo qualche giorno che viveva con me iniziò ad interessarsi alle mie abitudini e spostamenti.

Per la prima volta mi seguì in bagno (abitudine ferrea negli anni seguenti, la privacy è inesistente con un animale in casa). Mi stavo iniziando a spogliare per fare una doccia. Il cucciolo, terrorizzato dal fatto di vedermi “togliere la pelliccia di dosso”, ovvero i vestiti, si scagliò giù dalle scale ruzzolando e guaendo come se avesse visto uno spettro. Con me dietro che la inseguivo, preoccupata, chiamandola, nuda. Una scena bellissima, si sentiva inseguita da un mostro mutaforma.
La povera bestiola non comprendeva come la mia pelle reale fosse sotto i vestiti, e non i vestiti.
Dunque, la prima volta che mi vide nuda impazzì di paura. Per fortuna finora mi è successo solo con il cane...
Qualche settimana fa tornai a casa stanca dalla lunga giornata con l’intenzione di mettermi qualche vestito comodo. Lasciai la mia camicia rosa sgargiante a maniche corte e scacchi appesa ad una delle sedie del tavolo da pranzo in sala.
Salutai il cucciolo devoto ed andai in camera per cambiarmi, ma era già un caldo torrido ed optai per un pantaloncino corto sportivo abbastanza arrogante, col pensiero di rimettermi addosso la camicia aperta lasciata di sotto.
Mentre compivo queste azioni sentii provenire dal piano di sotto dei rumori forti come di legni che sbattevano. Scesi preoccupata, cercai la camicia per coprirmi ma non la trovai.

Girai per casa cercando la fonte del rumore, niente. Tornai in sala.

Sul divano, come se nulla fosse, c’era Sasha acchiocciolata. Metà di lei non si vedeva, il muso coperto. Solo il naso, incastrato, sporgeva da una delle maniche della mia camicia, la testa oscurata dal resto del capo di vestiario.
L’animale ingenuo, giocando, si era incastrato nella manica e spaventato aveva sbattuto il testone contro porte e muri, ma avendo riconosciuto il divano vi era salito sentendomi arrivare, e con nonchalance faceva finta di niente. Mi sentii in dovere di testimoniare l’accaduto con una serie bellissima di foto che mi sarebbe piaciuto allegare alla storia. Il mio cane è epico.

domenica 19 novembre 2017

Nightmare's Diary pt 2

“Cosa vuoi farmi? Dove sono?”

“Chi sei? Non farmi del male ti prego...”

“Ti scongiuro non farmi del male...”

Un conato di vomito la costrinse al silenzio.
Nell'oscurità della stanza, l’uomo muoveva degli strumenti su un tavolo. Non si curava delle urla e dei pianti di lei, non si curava di niente attorno a sè. Aveva la sua missione. La ragazza doveva pagare, nessuno può giocare a fare Dio, men che meno una puttanella come quella. Avrebbe pagato, così si sarebbe purificata.
La sua era una missione di fede, di fede pura e amore per Dio. Punire i colpevoli: gli umani non possono sostituirsi alla divinità, solo Lui può scegliere della vita e della morte, e in questo caso, della punizione.
Dio gli aveva detto come castigare la ragazza. Lo avrebbe fatto, sì. Era un servo devoto ed obbediente. E quegli strumenti erano a loro volta suoi servi. “Ciò che volevi uccidere, ti ucciderà”, pensava e sorrideva della pena di contrappasso che gli era stata commissionata questa volta. Baciò la croce che portava al collo e prese la prima siringa.

7’00: sveglia

7’05: seconda sveglia

7’09: Maria si tirò su dal letto prima che suonasse anche la terza insopportabile sveglia. “Ennesima giornata del cavol...”. Corse in bagno. Le nausee mattutine erano iniziate da un paio di settimane. Non sopportava dare di stomaco, non sopportava stare male fisicamente.
“Un’altra settimana così e m’impicco”. Uscì dalla stanza, sperando che anche quel giorno i suoi non si fossero accorti di nulla. Non sapevano ancora niente, e mai avrebbero dovuto saperlo, troppa vergogna per lei e la sua famiglia.

Si era innamorata per la prima volta in vita sua, e si era sentita felice, amata. Anche quella mattina pensava a lui. Chissà che fine aveva fatto. Proprio come nelle commedie, rimasta incinta lui si era volatilizzato e probabilmente aveva anche già ottenuto la cittadinanza messicana.
“Sono un’idiota”. Per quanto fosse domenica, si era svegliata presto per sbrigare un pò di impegni scolastici rimandati e che non potevano più aspettare. Così avrebbe potuto studiare un paio d’ore prima di andare in Chiesa con mamma e papà.
Credeva in Dio, profondamente, ma non quanto i suoi: troppo, troppo ortodossi. Avrebbero voluto che si mantenesse “integra” fino al matrimonio, ma diavolo siamo nel terzo millennio, pensò. E inoltre la storia con lui era anche iniziata in Chiesa, al catechismo pomeridiano del sabato, e certe cose non si controllano.

venerdì 6 ottobre 2017

Nightmare's diary pt 1

Era l’ennesima sera tranquilla e nebbiosa, ma indubbiamente quella che Dina avrebbe ricordato di più.
Passeggiava con due amici dai volti lunghi ed ombrosi, non avrebbe saputo neanche dire i loro nomi, ma lo sapeva, lo sentiva che erano suoi amici. Di quelli veri, che si sarebbe portata dietro tutta la vita, di quelli fidati. Lo sapeva che era così. Ma in quel momento, in quella sera, non sarebbe stata capace nemmeno di dire i loro nomi.
Passeggivano lungo un viale illuminato tenuamente da vecchi lampioni. Era tutto tranquillo e silenzioso, solo i passi sull’asfalto rompevano la quiete. Ma il loro era un silenzio d’intensa. Certe amicizie non hanno bisogno di costante intercomunicazione.
Quella mattina, dopo esser usciti da scuola tutti e tre insieme, avevano deciso di percorrere una strada di ritorno alternativa, così, per cambiare.
Avevano quindi oltrepassato la scuola dal lato destro, invece che dal consueto sinistro, allungando la strada di una decina di minuti.

“No”, aveva pensato Dina, “la mamma non si arrabbierà anche se tarderò.”

Avevano attraversato un bel parco in cui i colori autunnali risaltavano: al loro passaggio, accompagnato dal vento, venivano seguiti da leggere foglioline gialle e rosse, calde dell’ultimo sole. Chiaccheravano allegramente, discorrevano di scuola prendendo in giro quel nuovo professore un pò goffo, e che forse era troppo buono per una classe come la loro. Oppure rimanevano in silenzio, ognuno assorto nei suoi perchè, nei suoi per come, nei suoi niente.
Dina continuava a cercare di focalizzarsi sul viso di uno dei due amici, ma proprio non ci riusciva. Era come se quella mattina non fosse più capace di ricordare nomi e volti. Mentre si concentrava su questo pensiero, il paesaggio aveva abbandonato il parco per dedicarsi a zone di abitazioni disabitate. Case e capannoni dai vetri rotti, macerie sui giardini, carcasse di autovetture arrugginite a fianco degli stabili, alle quali immancabilmente mancavano le ruote, i sedili, il cofano...
Erano profondamente assorti da questo paesaggio, che mostrava loro una zona surreale e sconosciuta della dolce cittadina. Possibile che non si fossero mai accorti di un posto così?
In fondo alla strada si stagliava un lungo casolare da industria, monopiano e dal tetto basso ed orizzontale. Le finestre, man mano che si avvicinarono, erano rettangolari e strette, tutte parallele e dai vetri opachi di polvere. Particolarmente curiosa era l’entrata: mancava della porta a doppio battente, era solo un buco vuoto che dava sul buio leggermente illuminato dalla luce delle finestre. Rallentarono un poco per sporgersi dalla strada e curiosare verso quella voragine.
Dina si trattenne sul marciapiede, qualcosa le suggerì di non avvicinarsi troppo.
I due amici intraprendenti avevano invece varcato il cancello aperto, si addentravano nel giardinetto di cemento, osservavano verso la porta. “Cosa gli suggerisce il cervello?” pensava la ragazza.

venerdì 22 settembre 2017

Riflessioni sulla scrittura

Quando iniziai a scrivere, avevo undic'anni. Scrivevo per me, non per gli altri, e in breve tempo dalla mia iniziazione alla scrittura, mi colse un pensiero.
Sentivo come scrivere, esattamente come il fine del teatro in Grecia, aveva una funzione catarsica su di me.
Da qui la riflessione: ogni forma d'arte scaturisce da un' emozione piccola o grande che scompensa l'equilibrio interno di chi la produce. Scrivere, Dipingere, Fare poesia e musica (le metto insieme non a caso): ognuna di queste nasce da un'artista che può esserlo per un'ora o una vita, di professione o di nascosto, di qualsiasi forma... Ma non è la qualità dell'arte prodotta a fare l'artista: non mi reputavo un'artista a undic'anni, e men che meno ora. Sorrido.
Una grande felicità, un forte dolore, un ricordo che riaffiora carico di sentimenti passati, una speranza o paura per il futuro, tutto tramortisce il nostro leggero equilibrio e scompensa l'energia che da qualche parte dovrà uscire.
La creazione: le emozioni sono a-spaziali e a-temporali, sono qui ed ora (qui dove? e ora quando?) hic et nunc dentro noi. E poi diventano suono inciso graficamente, armonia riproducibile in ogni istante, diventano parole fisiche, oscuri simbolini tutti allineati su fogli e file, disegni e colori, immagini che lo sguardo, la lettura e l'ascolto riproducono. Arte è dare spazio e tempo all'Emozione. Per un'ora, per una vita,un uomo o una donna decidono di essere i creatori di una parte di sé.
Dare vita ad un'emozione è arte, a prescindere che sia per sé stessi o per gli altri. Ancora più affascinante è il fatto che ad ogni lettura, ad ogni lettore, l'immagine è diversa, cambia il significato e la sensazione. Ed è forse anche per questo che a volte scriviamo solo per noi stessi.

Ultimamente seguo molto il nostro nuovo e freschissimo blog, pullulante di voci così diverse, ed ecco che mi ritornano alla mente le riflessioni che facevo quando ero ancora una bambina, stupendomi a leggere una poesia o un pensiero di uno di noi, realizzando che ciò che vedrò io molto probabilmente non era quello che voleva essere mostrato. Sorrido quindi, leggendo una seconda o terza volta, vedendo scorci nuovi, cercando di indagare il vero significato di quella Creazione.

E.T.- Eva Tondini

giovedì 14 settembre 2017

Cinofilia applicata all'uomo (di Eva Tondini)

Fonte foto: Eva Tondini
Quando scegli un cane, tu lo scegli. Lui in realtà non ti vuole, di te non se ne fa nulla (non ancora...) e resterebbe non sempre felice, ma nella sua quotidianità. I cani adorano la quotidianità. Quindi quando scegli un cane, tu scegli lui ma lui non sceglie te. Resterebbe volentieri nella sua gabbia, oppure coi suoi fratelli e sua madre, ed invece tu lo porti via.
Per  i primi tempi non c'è ancora fiducia, così se il cane morde non dovrebbe stupire nessuno.
Si può fare lo stesso paragone con le persone: quando inizia un nuovo rapporto, amicale amoroso o qualsiasi voglia, non c'è ancora fiducia. Se uno fa un torto al secondo, non c'è questa grande delusione.

La storia insegna
Poi avviene la magia: la fiducia. Ed ecco che la tua scelta viene ricambiata, anche tu sei stato scelto dall'animale. Così due persone si fidano l'uno dell'altro.
E il cane smette di morderti. Se in futuro lo farà tuttavia, ci rimarrai malissimo. Molti dopo situazioni del genere, a volte attuatesi a causa dell'ignoranza della parte umana, decidono di sopprimere l'amico perchè aggressivo, mordace; decidono di rompere il rapporto perché la delusione è troppo grande, ed il dolore con lui... meglio rinunciare.
Se invece il sentimento del legame è forte, si va avanti. Ma (c'è sempre un ma) si instaurerà diffidenza: su dodici anni di vita media dell'animale, magari lui ti avrà morso una volta sola dopo cinque che era con te, e per gli altri sette sarà sempre un ottimo cane fedele e rispettoso. Tu, tuttavia, resterai sempre un po' sull'attenti, sul chi vive, per il resto della sua vita, per il resto del vostro rapporto, memore di avere al tuo fianco un cane o una persona "che morde".

Il perdono
Le prime volte al parco, le prime esperienze insieme, i primi errori intrinseci dell'altro a cui chiedi cambiamento. Il cane scappa. Un classicone. E tu che fai? Lo chiami, ovvero vieni, torna sui passi del tuo errore. Lui non ti risponde. Lo richiami, inizi ad essere arrabbiato. non torna. Lo chiami di nuovo e sai che questa volta se non tornerà la tua rabbia sarà irreversibile. E lui non torna. Allora lo insegui, e dopo lunghe fatiche fisiche lo punisci con violenza.
La situazione si  ripete. Altro giorno al parco, altre  nuove esperienze, sempre i soliti errori.
Chiamata numero uno, e non torna; inizia la rabbia. Chiamata numero due, non torna, sempre più nero. Chiamata numero tre e la pazienza si è ormai vaporizzata, sei cieco di furore, già pronto ad alzare le mani e corrergli dietro e... puff! Magia, lui torna. Che fare? Sfogarsi lo stesso? No. Il figliol prodigo  va premiato, per quanto tu vorresti sfogarti. Non importa quanto tardi torna il cane o la persona dal suo errore, ma se lo fa di sua sponte, il premio è d'obbligo per instaurare quel feedback positivo per cui indubbiamente ripeterà ancora l'atto, ma tornerà sempre prima, fino a che ci vorrà solo un richiamo, o ancor meglio non si allontanerà affatto.
Siamo tutti cani in questo. Ma l'ammissione volontaria del proprio fallo e il saper tornare anche quando l'altro è folle di rabbia, è un gesto di coraggio. E il coraggio si premia sempre col perdono.




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