Benvenute/i. Questo è il BLOG dell’Associazione Ippogrifo Imola vivere la scrittura (Associazione culturale e ricreativa). Noi scriveremo. Voi potete commentare e avviare chiacchierate condivise.

mercoledì 11 dicembre 2019

Incipit possibile (esercizi di scrittura) di Tiziano G.

Non mi ricordo da quanto tempo ho bisogno degli occhiali per scrivere.

Notte inoltrata, la casa è talmente silenziosa e anche l’aria ne è piena. Arriva un bip, un whatsApp. Lo leggo svogliato, sto per cancellarlo mentre mi giro sulla sedia e mi vedo riflesso nello specchio. Non cancello il messaggio, lo conservo, lo archivio, mi servirà, forse.

Sono uscito in cortile a fumare. Fuori regola, di solito fumo in casa invece mi è presa così. Volevo sentire freddo, freddo secco e pungente. Ho le Lucky dure. Dal mio solito spacciatore di tabacco avevano finito le tenere. Queste sigarette sono strane, hanno il filtro con un buco in mezzo. Non ne sono certo e non sono andato a cercare in rete del perché le fanno così. Credo sia uno stratagemma dell’azienda di tabacco per rientrare in questi canoni del cazzo dove bisogna controllare il catrame e la nicotina. Una mattina qualcuno alla Lucky Strike si è svegliato, è andato in ufficio o in laboratorio e ha avuto questa idea, perlomeno geniale. Mi piace pensare sia andata in questo modo. Oggi quella persona è maledettamente ricca, la gente muore ma eticamente, nel rispetto dei canoni sul catrame e nicotina. Mi scappa da ridere ma è davvero così.

Ridere mi piace. E’ roba buona, è gratis e alleggerisce. Rido con me, di me e del messaggio che ho appena archiviato. Rido dell’immagine nello specchio, rido e va bene così.

Ma non c’è un cazzo da ridere.

Ho un emozione sottopelle. Controllo man, controllo. Accendo un'altra Lucky. La differenza tra le tenere e le dure non è solo nel filtro. Le dure sono più corte, più secche e durano la metà delle tenere. Contraddicendo il termine che le contraddistingue le tenere sono più forti, potenti, la prima della mattina appaga e riempie. Sono le sigarette più buone del mondo. Fanno un male più forte del mondo.

Fa tutto male, ovunque, intorno, le sigarette sono un optional.

Fa male il messaggio archiviato. Farebbe male anche se lo avessi cancellato.

Tic tic tic, le dita sulla tastiera, gli occhiali sulla punta del naso. Il silenzio rotto dai suoni della nuova tecnologia e basta.

Lo specchio ha rimandato indietro immagini contorte. E’ sporco, ci sono delle ditate e macchie opache. E’ uno specchio strano perché si pulisce veramente solo con alcol e carta di giornale. Ho provato altri modi canonici ma niente, solo in questa maniera viene via. Siccome non me ne frega lo lascio così. Rimandante immagini contorte. Sporco, immagini di rimando sporche.

Ci sono delle scorie difficili da smaltire. Cancellare un messaggio da l’illusione sia possibile. Cazzate.

Ho al collo una di quelle lampadine a pile che vendono un po’ dappertutto adesso. La tengo accesa per scrivere e poi mi piace sta lampadina. E’ di plastica azzurra e ha una luce bianca fredda e neutra. L’ ho comprata insieme a un amico per cinque euro. Ce la siamo smezzata, avevo tre euro spicci e lui ci ha messo il resto. Il ragazzo che me l’ha venduta era contento, ho fatto un buon affare e così sia. Giusto scambio.

Chi sono io? Beh, se avete in mano il mio libro o state leggendo a uno schermo queste parole sapete come mi chiamo. Avete letto il mio nome sulla costa del libro, il titolo vi è piaciuto oppure una vostra amica o amico ve l’ha suggerito. Avete fatto una pessima spesa. Non è un libro scritto perché sia letto. Non è un libro che piaccia. Non è un oggetto da tenere nella libreria. Puzza di cenere sporca, trasuda dalle pagine. Siete ancora in tempo. Se siete in libreria in piedi che leggete quest’incipit mollatelo. Se avete aperto il file chiudetelo. Mollate il colpo. Non scrivo questo libro perché sia letto ma perché ho una storia da raccontare. Una storia mefitica e tossica. Così mefitica che non avete nemmeno idea di cosa vi sta per succedere. Ultimo avviso, siete in tempo, e dai cazzo. Via, scappate e comprate Fabio Volo. E’ meglio. Oppure continuate pure a leggere ma non dite che non vi avevo avvertito.
(continua...)



lunedì 25 novembre 2019

CAMBIO DI FINALE (di Aldina Sommariva)

Era stata, la mia, fino a quel punto,
tra ansie e corse e impegni di lavoro
quel che si può chiamare una giornata
campale. Poi di colpo ci sei stato.
Abbiamo spalancato le finestre
e la giornata si è fatta campestre.
E' quasi un "divertissement", in quanto si basa su un cambio di finale di una parola, tipico di alcuni giochi enigmistici. Ma il titolo CAMBIO DI FINALE allude anche a quanto può essere sorprendente l'improvviso "capovolgersi" di una giornata che, dopo la solita routine di impegni e stress tipici della vita lavorativa, proprio a sera regala una dimensione completamente nuova, di festa, e che ti fa sentire in mezzo alla natura anche se sei sempre in città: la scoperta dell'altro si fa sagra, allegria di borgo in cui non ci si sente più estranei ma parte di un tutto.






giovedì 31 ottobre 2019

Halloween (Canto della strega) di Aldina Sommariva

Serva di due padroni
qui in piedi sulla soglia
non posso essere. 
Il male e il bene mi strattonano ed ignoro 
quale sia l'uno, quale l'altro. 
E oggi è un giorno d'oro
in attesa di una notte di Druidi,
notte di fuochi magica e nebbiosa.
Sono una strega, sai, ed è proprio questa
la mia celtica festa, amore mio.
Sono una rosa d'Irlanda. 
Se son serva di Dio o di Satana ancora non so dire.
Sento in me forze estreme ed un ardore mai osato prima. 
Ed è Saman signore dei morti che mi chiama, 
oppur Pomona dalle fruttate labbra? 
Ed è l'amore quello che ora mi spezza le ginocchia,
o una forza più forte mi è padrona?

Aldina Sommariva

Halloween. E' il nome dato alla notte del 31 Ottobre, che precede la festa cristiana di Ognissanti. Si pensa che le usanze legate ad Halloween abbiano avuto origine fra gli antichi Druidi, che credevano che in quella sera Saman, signore della morte, evocasse in massa gli spiriti del male. L'usanza dei Druidi era quella di accendere grandi fuochi la sera di Halloween, apparentemente allo scopo di tener lontani questi spiriti. Tra gli antichi Celti, Halloween cadeva l'ultima notte dell'anno, ed era considerato un momento propizio per poter prevedere il futuro. I Celti credevano anche che gli spiriti dei morti rivisitassero in quella notte i loro luoghi natali. Dopo che i Romani ebbero conquistata la Bretagna, aggiunsero ad Halloween alcune caratteristichedella festa che si teneva a Roma il primo di Novembre, in onore di Pomona, la dea delle frutta. La tradizione celtica di accendere i fuochi ad Halloween sopravvive tuttora in Scozia e in Galles, dove il culto dei fantasmi e delle streghe è ancora molto vivo. Tracce della festa romana di Pomona sopravvivono nelle usanze sia degli Stati Uniti sia della Gran Bretagna. In questi paesi, durante la festa di Halloween, si svolgono giochi con la frutta, ed è proprio così che è nata la tradizione di svuotare una zucca, accendendovi dentro una candela e trasformandola in una faccia grottesca. 
( Letto su un cartellone appeso in un fast-food il giorno di Halloween )
Da "METAMORFOSI DI UN DIVERTIMENTO" 
31 Ottobre 1997

martedì 22 ottobre 2019

La magia della affabulazione (di Andrea Pagani)


Leggere Nero d’inferno (ultimo romanzo di Matteo Cavezzali, Mondadori, 2019) è un po’ come assistere ad un film dei fratelli Cohen.
Sei catturato in un’atmosfera di potente affabulazione, magnetica, irresistibile, dentro un racconto che ti incastra e ti coinvolge, nel senso letterale della parola, cioè ti interpella, parla proprio a te, lettore, ti rende complice, come nelle più antiche narrazioni orali, davanti ad un camino crepitante.
E allo stesso tempo, accanto alla più antica tradizione narrativa, cioè quella della oralità, ti trovi alle prese con un romanzo di straordinaria modernità.
Senza dubbio, il segreto di tale seduzione narrativa, proprio come certi film dei Cohen, consiste nel gioco corale che l’autore riesce a realizzare, nell’umanità dei personaggi che riesce a presentarci, nella molteplicità dei piani di scrittura che ci vengono offerti.
Si parte, in effetti, da un plot di grande forza evocativa, per poi diramare una ricca biforcazione di punti di vista.
Siamo immersi nella storia vera di Mario Buda (altrimenti noto come Mike Boda), nato il 13 ottobre 1884 a Savignano sul Rubicone, sbarcato in America, a Ellis Island, nel 1907 con il sogno di aprire un negozio di scarpe (da cui il titolo del libro, che cercheremo di spiegare nei suoi sottili aspetti simbolici), ma ben presto alle prese con la cruda realtà della civiltà capitalista, che lo porta di giorno a scontrarsi col duro impietoso lavoro di fabbrica e di notte a commerciare illegalmente whiskey nella New York del proibizionismo, finché si avvicina alle idee del socialismo, conosce l’anarchico Luigi Galleani, si ribella all’inferno e alle ingiustizie subite dagli operai, e arriva a compiere il gesto per cui è passato alla storia, l’atto di terrorismo più tremendo che fino ad allora gli Stati Uniti avessero subito: il 16 settembre 1920 Mike Boda lascia un carretto all’incrocio tra Wall Strett e Broad Street, stipato di dinamite e pezzi di metallo attaccati a un timer.
L’esplosione, mentre la strada è gremita di gente, provoca 38 morti e 143 feriti.
Ebbene, su questo primo livello di ricostruzione storica, che Cavezzali conduce con sapiente maestria, riportando i resoconti dei giornalisti e degli avvocati che si occuparono del caso, e le voci dei testimoni, s’impianta una ridda di personaggi e di voci corali, che incrociarono il protagonista e che sono tratteggiati con la grazia e la sensibile profondità del narratore di stazza (difficile restare indifferenti, tanto per fare qualche esempio, alla “verità” della madre, che «non riconosce più il proprio figlio»; o alla figura di Matilde, con la quale il protagonista intreccia una struggente storia d’amore, fatta di poetici codici privati, e fatalmente destinata al fallimento; oppure agli intermezzi sugli italiani, così come erano “salutati” in America, «di piccola statura, di pelle scura, puzzolenti, dediti al furto e violenti»; oppure ancora ai personaggi di rilievo storico, che permettono all’autore di disegnare un affresco efficace e plastico dell’America degli inizi secolo, da Nicola Sacco a Bartolomeo Vanzetti e Luigi Galleani).
Si delinea così il ritratto di un personaggio nel suo spessore umano e nel suo dramma personale, tutt’altro che banale e stereotipato, bensì assai complesso, colto da sensi di colpa, roso dalla rabbia e dalla sete di vendetta, dove il “nero d’inferno”, diventa allo stesso tempo simbolo fiducioso del colore delle scarpe preferite, il modello che vorrebbe produrre, ma anche simbolo negativo per contrasto col verde delle ville dei ricchi, verso cui Buda nutre la sua animosa ostilità.
Ma l’operazione letteraria di Cavezzali si spinge oltre.
Innesca un incantevole meccanismo meta narrativo, che appunto ci riporta all’immaginario dei Cohen, poiché al di sopra di questo duplice livello strutturale (la cronaca dei fatti e le “verità” dei personaggi) se ne modella un terzo, evidenziato in corsivo: si tratta di un io narrante (con ogni probabilità l’autore stesso), che sta conducendo la ricerca storico-archivistica su Buda, da Savignano fino agli Stati Uniti, rivolgendosi al personaggio, quasi pirandellianamente, con un domestico “tu”, intrecciando anche episodi personali di lavoro e d’amore con Martina, e quindi mettendo in mezzo, in qualche modo, anche il lettore, invitandolo a prendere parte allo snodarsi degli avvenimenti.
Tale strategia letteraria permette, fra l’altro, alla Borges, di aprire squarci meditativi, magistrali momenti di riflessioni intimistiche, esistenziali, liriche, attorno ai temi universali dell’identità («che ci faccio qui?»), della forza delle parole, dell’amore e della morte.
Di certo, un impianto compositivo di tale complessità, e al contempo di tale spontanea semplicità, comporta apprendistato, mestiere, formazione, ma anche un talento naturale, imperioso, onesto: tale è la forza affabulatoria di un libro che, prima ancora di essere spunto di riflessione, è avvincente intrattenimento.

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Note

Il romanzo verrà presentato alla Biblioteca Comunale di Imola, martedì 19 novembre alle ore 20.30, nell’ambito della rassegna “Le forme del narrare” a cura della associazione “Ippogrifo. Vivere la scrittura”. Assieme all’autore ne parlerà Andrea Pagani.

Matteo Cavezzali è nato e vive a Ravenna. Il suo primo romanzo, Icarus. Ascesa e discesa di Raul Gardini (miminum fax, 2018) ha vinto vari premi letterari, fra cui Premio Volponi opera prima, premio Stefano Tassinari, premio Comisso. Ha scritto testi per il teatro e collabora con giornali e riviste. Ha fondato e dirige il festival letterario ScrittuRa a Ravenna.

Andrea Pagani, è docente di Letteratura, collaboratore di Zanichelli, presidente dell’associazione culturale “Ippogrifo. Vivere la scrittura”. È autore di sette romanzi, e tiene laboratori di scrittura creativa. Ha pubblicato una ventina di saggi sul Cinque-Seicento e sul Novecento. Il suo saggio su Joyce Il cammino di Bloom. Sentieri simbolici nella Dublino di Joyce (Pàtron editore, 2019), postfazione di Renzo Crivelli, è stato presentato durante le celebrazioni del Bloomsday a Trieste, 2019. Sito ufficiale: www.andreapagani.com





Crocevia (di Giorgia Satta)

Il sign. Luciano Poli, socio della nostra Associazione ha suggerito una poesia.

L'ho vista a un crocevia
l'anima mia camminare a passi incerti
fermarsi a prender fiato, guardando
indietro per toccare l'ombra.
Quello è l'istante della scelta del passo,
il momento che il sasso è d'inciampo
al cammino, il pericolo vero
per la resa del cuore,
e la cieca obbedienza al destino.
La spinta per l'oltre può essere il vento,
la sua direzione, il sentire da dentro
che non è compiuta la fine del canto
e che il pianto
è soltanto una parte del tutto.
Giorgia Satta (Facebook QUI)

Fonte foto: Nicoletta Cipelletti (Facebook QUI)
Giorgia Satta è sarda ma vive da molti anni in provincia di Bologna. Arrivata negli anni settanta per lavoro non è più andata via. Il legame viscerale con la sua terra non si è mai spezzato, forse da questo è nato l'amore per la poesia. Scrive infatti in maniera estemporanea come i poeti sardi di strada, che componevano al momento, nelle piazze, storie di vita in poesia su richiesta dei presenti e su temi dettati dal momento. Il tema diventa quello che le suggerisce un'immagine, una situazione, un'emozione improvvisa. In oltre cento poesie, Giorgia Satta fotografa l'esistenza e ne celebra le fatiche con uno slancio genuino. La sua è una profonda accettazione dell'umano, un "si" entusiasta alla quotidianità del vivere, una costante e inarrestabile ricerca del bene e del bello.

sabato 5 ottobre 2019

L’ULTIMO PENSIERO (di Aldina Sommariva)

Solo ogni tanto
Lo lascio andare come un moscerino.
Libero, non visto, inoffensivo,
si posa sulla testa di chi amo
e non chiamo.
Controlla che ci siano
che si muovano o dormano tranquilli
tutti
avvolti nelle loro vite assenti
mentre io mi rifiuto
di entrarvi, di domandare aiuto
e li amo da sola, da lontano.
Poi chiudo gli occhi
E ho solo la mia mano.
Aldina Sommariva

Da “L’ESTATE MUTA” 
Ottobre 2019

Aldina Sommariva è di origine milanese. Ha iniziato a scrivere in versi all’inizio degli anni ’90, dopo aver abitato in varie città sia in Italia sia all’estero. Da sempre affascinata dalla mitologia classica, è stata definita da Giuseppe Conte una poetessa mito-modernista, pur non essendosi mai sentita inquadrata in una particolare corrente. A cavallo tra la fine del ‘900 e l’inizio di questo millennio ha condotto insieme col cantautore e poeta Bruno Lauzi diversi recital di poesia. Suoi componimenti sono stati pubblicati su varie riviste, tra cui “Specchio” de La stampa e “Poesia” di Crocetti. Nel 2001 è stata a lei dedicata un’intera puntata della trasmissione radiofonica “Cortometraggi” (curata da Roberto Baracchini) sui poeti italiani contemporanei. Nel 2017 ha pubblicato per La Mandragora la raccolta “Poesie del malamore”. Attualmente risiede a Imola, dove ha tenuto alcuni corsi laboratoriali sulla scrittura creativa e sulle sue tecniche poetiche.

giovedì 3 ottobre 2019

Ancora (di Aldina Sommariva)

La poesia è spesso una faccenda notturna, di bruciori di stomaco che impediscono di dormire e di momentaneo deragliamento dai propri equilibri, almeno apparenti.
Aldina Sommariva 

Ancora più che in altri, in tre momenti
vorrei che ancora calda mi trovassi,
e ancora calda ti vorrei ospitare,
vorrei che nel mio sangue ti bruciassi.
Ti vorrei ancora calda in riva al mare
dopo essermi bagnata dentro al sole.
E ancora calda dopo un lungo sonno,
come uscita da un ventre che ricrea,
portata a te da un'umida marea
languida di una tiepida bonaccia.
E infine ancora calda delle braccia
di un altro, amore mio, ti vorrei amare.

Da "QUI DOVE PARLA SOLAMENTE IL MARE" 
Giugno 1998

Fonte foto: QUI
Aldina Sommariva è di origine milanese. Ha iniziato a scrivere in versi all’inizio degli anni ’90, dopo aver abitato in varie città sia in Italia sia all’estero. Da sempre affascinata dalla mitologia classica, è stata definita da Giuseppe Conte una poetessa mito-modernista, pur non essendosi mai sentita inquadrata in una particolare corrente. A cavallo tra la fine del ‘900 e l’inizio di questo millennio ha condotto insieme col cantautore e poeta Bruno Lauzi diversi recital di poesia. Suoi componimenti sono stati pubblicati su varie riviste, tra cui “Specchio” de La stampa e “Poesia” di Crocetti. Nel 2001 è stata a lei dedicata un’intera puntata della trasmissione radiofonica “Cortometraggi” (curata da Roberto Baracchini) sui poeti italiani contemporanei. Nel 2017 ha pubblicato per La Mandragora la raccolta “Poesie del malamore”. Attualmente risiede a Imola, dove ha tenuto alcuni corsi laboratoriali sulla scrittura creativa e sulle sue tecniche poetiche.

venerdì 23 agosto 2019

L’enigma dell’ora (di Andrea Pagani)

en mémoire de
Gérard de Nerval
Ténébreux, Inconsolé, Visionnaire

L’enigma dell’ora
di Andrea Pagani
Ci misi poco a cambiare idea.
Bastò, probabilmente, la vista, all’orizzonte, del profilo ambiguo e inafferrabile del castello.
Il vapore denso, lattescente della nebbia.
La sera era grigia e trasognata, come lo stato d’animo che mi visitava, una via di mezzo fra la malinconia e una strana improbabile apprensione.Per questo avevo scelto, contrariamente ad ogni previsione, di uscire, di gettarmi nella serata brumosa, di fare una passeggiata in mezzo alla foschia.
Il corso era deserto, i ciottoli scivolosi d’umidità.
La nebbia avvolgeva ogni cosa.
Una caligine grigia conferiva all’atmosfera un senso d’incredulo smarrimento.
Le torri del castello sbucavano fuori dalle coltri di nebbia come gli alberi di prua e di poppa di un antico veliero rinascimentale, dove la guardia dei leoni era il gonfio ed eretto pennone.
Mi tirai su il bavero del cappotto.
Fui visitato da un brivido di freddo, lungo la schiena, e orientandomi a fatica, guidato dall’istinto, mi diressi verso l’entrata di un palazzo.Superai la soglia, lasciando dietro di me il viluppo incongruo delle incertezze.
Mi agitava un umore sommesso, che sembrava appartenere ad un mondo arcaico, primitivo, avvolto in un’altra nebbia, quella della memoria.E solo scivolando con fiduciosa remissività in quella zona del mio cuore avrei portato alla superficie l’essenza del segreto sommerso.
Al bancone d’ingresso un distinto signore, in impeccabile livrea nera, dall’aria stanca e cerea, mi staccò un biglietto senza proferire parola.
M’affrettai a sistemare il cellulare in modalità vibrazione.Immerso in un favoloso silenzio, mi accinsi a visitare la mostra.
C’era qualcosa di magico e religioso nell’esperienza che stavo compiendo: lo avvertii nitidamente fin dalla prima sala, quando la serie di dipinti, con le loro tinte precise, coi loro colori vivi e corposi, mi comunicò una specie di ebbrezza, un autentico capogiro.
Affiorava da subito la fedeltà descrittiva del tratto pittorico, l’esattezza dei profili, soprattutto nel definire i particolari, eppure calati in un contesto improbabile: un guanto di pelle inchiodato su una stravagante parete di legno; rocchetti di filo dalle seriche lucentezze in bilico, in incerti ambigui equilibri su un ripiano; una spola di lana bianca appoggiata su una scala verde... e profili indiscreti e sfuggenti, sbilenchi, del castello rosso, con quelle torri erette e quelle verticali vertiginose che s’intrufolavano, di soppiatto, attraverso un angolo della finestra... e poi ancora manichini anonimi, senza volto e senza arti, solitari, disumanizzati, gravidi di un angoscioso mistero.
Attraversavo le sale come sospeso da terra, librato in aria, irretito da un vago presentimento.
Qualcosa di definitivo stava per accadere.

Sarto di me stesso (di Luciano Poli)

Presenza asciutta tu 

come una lama abituata 

a slabbrare antiche ferite. 

E io lì, punta contro punta, 

fra i due aghi,

le dita e i denti,

la lingua, l’occhio e la cruna,

preparano e puntano il filo 

per rattoppare quell'antica 

crepa infantile.

Luciano Poli
(Facebook QUI)




giovedì 22 agosto 2019

Prima che sia inverno (Video studenti Istituto Alberghetti di Imola)

Esperienza cinematografica con i giovani dell' Istituto Alberghetti di Imola
Vorrei ricordare e segnalare una magnifica esperienza realizzata coi miei studenti, qualche anno fa: un cortometraggio che potrebbe sembrare amatoriale, ma che per impegno, serietà, dedizione, eleganza, professionalità mi sembra tutt'altro che amatoriale. In barba a chi sostiene che i giovani di oggi hanno poco entusiasmo e talento.

Andrea Pagani
(Web site QUI)


mercoledì 21 agosto 2019

Un amore (di Luciano Poli)

amorevolmente strusci 
la sua guancia di latte
non c'è baratto che tenga
l'acerbo e il maturo
il morbido e il duro che sia
vestito di niente, col tempo
aspetti che cresca, che muti







Luciano Poli
(Facebook QUI)

lunedì 19 agosto 2019

MARIU’ (di Elisabetta Turricchia)

Foto d'epoca di Piazza matteotti Imola (fonte foto QUI

Quando la città non era ancora una città, ma si poteva ancora chiamare paese, quando ci si conosceva tutti e i vicini di casa erano amici con i quali trascorrere le serate estive nei cortili per parlare del più e del meno, a dir la verità erano più i meno che i più, quelli erano gli anni di un ritrovato benessere, lo spettro della guerra era stato sepolto sotto ad un cumulo di macerie. 
Si godeva di quello che si aveva, di quello che ci dava la madre terra e si ringraziava Dio dell’aria che si respirava. Erano bei tempi quelli! 
Le strade erano semi-deserte e si poteva girare tranquillamente in bicicletta senza rischiare di finire sotto le ruote di qualche automobilista imprudente. 
Sedevo sulla sella della mia “Graziella” rosa confetto e gironzolavo per le vie del paese con la gonna scozzese che svolazzava leggera sospinta dal vento. 
La domenica pomeriggio era il momento più atteso della settimana, dopo aver pranzato mi appostavo dietro al vetro della finestra della cucina, scostavo nervosamente la tendina di pizzo bianco, nell’attesa della mia amica Patrizia, la quale arrivava spingendo faticosamente i pedali della sua bicicletta bianca sgangherata con i copertoni perennemente sgonfi. 
Sorpassandoci a vicenda raggiungevamo una stradina lastricata di sanpietrini che fiancheggiava la piazza centrale per andare a goderci la proiezione del film pomeridiana. 
Ma il momento goliardico era soffermarmi davanti alla bancarella vicino al cinema ricca di ogni goloseria. 
L’omone che vendeva noccioline, praline, cioccolatini, caramelle e patatine sedeva sopra uno sgabello di legno scalfito, indossava sempre un foulard rosso in qualsiasi stagione, sia che ci fosse una nebbia che si tagliava a fette oppure un caldo che scioglieva l’asfalto. 
Tutti lo chiamavano MARIU’. 
Mia madre mi dava i soldi contati per il biglietto del cinema, così strisciavo piagnucolando dalla nonna, la quale avendo un cuore di nonna , mi allungava qualche monetina. 
Essendo un’inguaribile golosona rimanevo incantata davanti a tutte quelle leccornie senza decidermi cosa comprare. Facevo tintinnare le monete nel palmo della mano, nell’eterna indecisione tra noccioline caramellate, bastoncini di liquirizia, lecca-lecca rossi o arancioni, sicuramente strapieni di coloranti oppure bacche di carrube, che in genere sono leccornie per i cavalli, ma piacevano molto anche a me. 
Quell’omone grande e grosso attendeva paziente che prendessi una decisione, poi insieme al sacchetto di caramelle sfoderava anche un sorriso bonario. 
Pensavo che Mariù dentro al suo pancione contenesse un animo gentile e dolce come i prodotti che vendeva. 
Ma purtroppo una brutta domenica quell’omone con il suo carrettino non l’ho più trovato nel solito posto, quel giorno mi sono dovuta accontentare di un misero sacchetto di mentine gialle e bianche comprate al bar in fondo alla strada. 
Il tempo passa inesorabile e il paese di un tempo si è trasformato in una vivace cittadina. 
Crescendo ho smesso di mangiare caramelle e Patrizia la domenica pomeriggio non passa più a prendermi con la bicicletta sgangherata, ma con una Punto rossa fiammante, però siamo ancora appassionate di cinema e continuiamo ad andare a vedere le ultime pellicole. 
Un anno fa verso la fine di novembre, una domenica sera, all’uscita dal cinematografo siamo state sorprese da una nebbia fittissima. Patrizia guidando nel grigio assoluto ha perso l’orientamento e svoltando per una strada sconosciuta ci siamo ritrovate in un borgo piuttosto lontano dalla città. 
L’ora di cena era passata da un pezzo e il nostro stomaco brontolava rumorosamente quando un’insegna di una trattoria, malamente illuminata, ci è apparsa miracolosamente innanzi. 
“La Casa di Polly” era il tipico locale campagnolo arredato con i mobili della nonna, i tavoli abbelliti da classiche tovaglie di cotone a quadretti bianche e rossi. 
Odorava di casa. 
Il mio palato è stato soddisfatto da un piatto di tagliatelle al ragù che mi ha trascinato lontano nel tempo, quando la nonna tirava la sfoglia sul tagliere di legno e la cucina era invasa dall’intenso profumo del sugo che bolliva lentamente da ore. 
Stavo aspettando il conto, quando il mio sguardo si è perso dietro alla vetrata che divideva la sala dalla cucina e ho intravisto la sagoma di un omone grande e grosso con un brillante foulard rosso al collo. 

sabato 17 agosto 2019

Mille papaveri rossi

Il fatto è che loro tornano
Nonostante la cattiveria umana
Testardi, in punta di petali
Non certo per noi
Ogni anno, loro ritornano.
Luciano Poli 
(Facebook QUI)



SOTTO ZERO (poesie inedite di Walter Valeri)

I

Sotto zero
nell'acqua del canale poi 
nello stridio della chiglia 
l'urlo del legno che salpa
affonda senza voce
in mare: udimmo scricchiolare il cielo 
vedemmo nel miele dell'amore il male.

II
Neve d'aprile 
sul rosso della rosa 
i brividi dell'acqua

III
Oscilla su tacchi a spillo
il soffio l'onda
rosa fra scale e corridoi
con più che nuda
la carne l'anca
dell'infermiera in passerella.

IV

Occhiate da brivido
che dispensano profumo e polline
di rimmel nel corridoio d'ospedale
di pazienti inquieti
posseduti
dal desiderio di cambiare letto.

V
Chiedi a me
che non ho più labbra
né parole
cos'e' l'amore?

Ma io non so, non so amica mia
Così vanno le cose le ore
in queste stanze prese d'assalto
da gambe sempre di corsa
e una smodata
infelicità.

Imola, 2019
Walter Valeri, MFA, A.R.T./MAXT Institute at Harvard University, 2000. Ha insegnato per sette anni alla Harvard University e MIT, lingua e letteratura drammatica italiana. Attualmente, con l'incarico di Professore Associato, insegna vari corsi al Boston Conservatory at Berklee. Nel 1981 con Canzone dell’amante infelice (Guanda) ha vinto il premio internazionale di poesia Mondello. E' stato assistente personale del premio Nobel Dario Fo e Franca Rame per oltre quindici anni. Ha scritto, tradotto e pubblicato vari saggi, libri di versi, testi teatrali, articoli e recensioni, fra cui Franca Rame: a woman on stage (Perdue University Press,1999), An Actor's Theatre (Southern Illinois University Press 2000), Donna de Paradiso (Editoria & Spettacolo 2006), Dario Fo's Theatre: The Role of Humor in Learning Italian Language and Culture (Yale University Press, 2008). Ultimi versi pubblicati Visioni in Punto di Morte (Nuovi Argomenti, 54, 2011), Another Ocean (Sparrow Press, 2012), Ora settima (ristampa, Edizioni “Il Ponte Vecchio”, 2014), Biting The Sun (Boston Haiku Society, 2014), Haiku: Il mio nome/My name (qudu libri, 2015), Parodie del buio, inediti (La macchina sognate, 2016). Parodie del buio (Edizioni “Il Ponte Vechio”, 2017). Dal 2016 dirige il Festival Internazionale di Poesia, Musica & Arti visive L'Orecchio di Dioniso prodotto dagli Assessorati alla Cultura della Città di Forlì e Cesenatico, in collaborazione con l' APT Servizi Regione Emilia Romagna. Collabora attivamente alle riviste internazionali Sipario, Teatri delle diversità, lamacchinasognante.com. In qualità di Drammaturgo fa parte della Direzione del prestigioso Poets’ Theatre di Cambridge, USA. 


giovedì 15 agosto 2019

Esercizi di scrittura (incipit)

<Maledetta cenere, mi finisce sempre nei pantaloni>.
Impreco mentalmente a me stesso rinnegando la mia passione per le sigarette francesi. Ma di passione si tratta, le sigarette mi accompagnano in tanti momenti della giornata. C’è sempre un motivo per accendere una Gauloises. La prima della mattina, amaro in bocca, un po’ di tosse, stomaco chiuso, odore acre, eppure non smetterò questo maledetto e piacevole vizio. Se di vizio si vuole parlare. Amo dire che non c’è nulla di vizioso nell’amare le Gauloises. Sono solo sigarette. Non si scopa con le sigarette.

Il finestrino dell’auto appena abbassato fa entrare quel rivolo di aria fresca che piacevolmente accarezza la fronte. Marzo è un bel mese in riviera. Le sei di sera sono uno di quei momenti in cui, con la musica bassa nello stereo sul lungomare verso Cesenatico, dopo che l’ ennesimo cliente ha tentato di non comprare nulla e invece ha scritto un copioso assegno (sono un agente di commercio), le cose sembra abbiano veramente un senso.

I Gun’s nello stereo. Axl grida con la sua voce secca e decisa. Canta melodiosamente Sweet child o' mind. Butto via la paglia accesa con un pizzicotto fuori dal finestrino e rallento, freccia a destra e fermo la mia Punto. Il crepuscolo sul mare, con il sole di fianco che va giù, dopo le colline, rende questi attimi di vita sublimi, godevoli e importanti.

< Sarà il caso di decidere > penso. Mi slaccio il bottone della camicia in alto, mi slego la cravatta e respiro a pieni polmoni abbassando il finestrino con il pulsante dell’auto.
< Non è più possibile continuare così >.
I dilemmi sono nati due mesi fa. Con una cosa avvenuta consapevolmente e inconsapevolmente. Una di quelle cose che sembrano non scelte, cose che capitano invece no. Situazioni estreme e incasinate, situazioni del cuore, situazioni d’amore.
Il pensiero corre. Corre e va lì dove c’è la persona che mi interessa.
< E’ complicato >. Invece so che lo diventa complicato se lo faccio diventare tale.
< Io la vivo, punto, me lo devo checcazzo! >.
< E forse... vada come vada, non posso non vivere una cosa come questa, così sensuale, sessuale e coinvolgente >.
Mi ripeto:
< Dai Loris, vale la pena >.

La persona alla quale mi riferisco sa e non sa di essere in cima alla lista dei miei pensieri. Le cose sono successe così in fretta e così potentemente si sono avvicendate. E di nuovo il dilemma:
< Come faccio a non vivere una cosa così? Così come il fuoco che non brucia? >

(continua)...

sabato 20 luglio 2019

Scavo

Scavo
Cerco, con la pala nelle mani, una traccia, un segno, una speranza.
Ogni dieci centimetri di terra stratificata arrivano odori diversi.
Per prima c’è stata la puzza di piscio.
Poi il fetore del marcio dei vegetali.
Altri dieci centimetri.
La puzza nauseabonda di corpi in composizione.
Cerco tracce, segni, speranze.
Mi volto verso la terra scavata, respiro.
Torno in superficie e richiudo il buco che ho scavato.
Strato per strato.
Volta per volta.
La terra si è richiusa su se stessa.
Pianto la pala ritta nella superficie. 
Sorrido annusando la terra nelle mie mani.
Ho trovato una traccia, un segno, una speranza.

Tiziano G.



mercoledì 5 giugno 2019

Il muscolo di porcellana

Ho negli occhi la purezza e senza occhiali la capacita di osservare l'intensità di una lacrima.

Stipati sono i sentimenti in un muscolo di porcellana pregiata.

Crepe di vita li fanno migrare.

Rabbia o amore.

Tenerezza o dolore lascio che si liberino dal cuore.



venerdì 17 maggio 2019

NE’ SARTI NE’ BECCHINI (di Tiziano Gioiellieri)

pianta di tabacco
Protagonista: < Volete davvero che vi racconti questa storia?>
I ragazzi: < Certo. Ce l’hai promesso da tanto tempo.>
Protagonista: < Non so neanche da dove cominciare. Va bene, via.>

Sono nato a Cuba. Ero piccolo anch'io sapete? Piccolo come un seme. Già, proprio un seme. Sono stato piantato e coltivato con cura, nel rispetto delle stagioni, annaffiato con amore e speranza. E si, perché non tutti tra di noi ce l’hanno fatta. Ho tanti fratelli che non sono cresciuti. Io si. Sono diventato alto, rigoglioso e profumato. Nel pieno del mio vigore ho cominciato a ricevere le visite di alcuni uomini con il cappello bianco. Mi strusciavano le foglie, annusavano di qua e di la e scrivevano qualcosa su un quaderno. Hanno deciso loro il mio futuro.
La notte parlavo spesso con il mio vicino:
< Allora,come va?>
< Mah ,ti dirò neanche male, anche se non capisco cosa ci facciamo qui, oltre a essere coperti di insetti.>
< Ehi, non ti hanno dato quel deodorante con un profumo strano che li fa cadere tutti in terra?>
< Si,ma secondo me non conta perché ne sono pieno. Ho un prurito del diavolo>.
Mi sono addormentato e al mattino il mio vicino non c’era più. Forse perché si lamentava troppo. Al suo posto c’era un moncone, a rasoterra; non ho capito cosa fosse.
Un giorno, faceva caldo, con il sole a picco, ho sentito un gran rumore e tutti gli uccelli sono volati via. Man mano che il frastuono aumentava sentivo come delle grida. Mi sono reso conto che erano gli altri. Soffrivano, per non so cosa. Ho visto una macchia rossa avvicinarsi, farsi sempre più grande, con delle enormi fauci che ingoiavano quelli come me. Non ricordo altro per un bel po’ di tempo. Forse ho dormito. Quando mi sono ripreso ero dentro un sacco, a pezzettini e per la prima volta nella mia vita ho pianto. Ho urlato, ho chiesto qualcosa a quelli degli altri sacchi perché nel mio si sentivano solo lamenti.
< Ehi, c’è qualcuno che mi può rispondere? Dove siamo?>
Silenzio. Poi dopo qualche secondo…
< Finalmente un idiota che parla! Dove siamo?!? Ma non sai cosa sei?>
< Certo. Sono una pianta, anche alta e bella>.
< Non sei più un cazzo. Siamo in un magazzino. Alcuni di noi vanno verso una distribuzione oppure da un'altra parte>.
< E produzione di che cosa?>
< Idiota,sei già cenere e ancora non lo sai. Vedi quella porta verde? Li ci fanno gli Avana, in quella blu i sigari di media qualità e in quella grigia le sigarette>.
< Ma amico,cosa siamo?>
< Tabacco,cretino e finiremo nella bocca e nei polmoni degli uomini.>
Oddio,che angoscia,che ansia.
< E quanto vivremo?>
< Mah,se ti va bene qualche settimana. Oppure può andarti benissimo e finire in scatole di legno pregiato dove invecchierai insieme a altri fratelli. Il bello della storia è che prima di finirti verrai bagnato nel whisky. Almeno morirai ubriaco>
Ho sentito dei passi e il sacco ha cominciato a ballare. Porta verde, porta verde, pregavo. Invece siamo andati verso quella grigia e una volta dentro una grande sala, molto rumorosa. Ho notato che sui macchinari c’era dappertutto il simbolo di uno strano animale di colore giallo. Mi hanno tagliato in pezzettini sempre più piccoli e inserito in tanti tubicini di carta bianca, con un cilindretto di cotone da una parte, color sughero. Sono finito in un pacchetto di CAMEL, cazzo!
Tra tutte le sfighe che mi dovevano capitare proprio in una delle sigarette più vendute al mondo. Beh, il resto della storia lo potete immaginare. Imballaggio, deposito, distribuzione e dettaglio.
E ora sono finito qui, nelle vostre mani.
< Mah,sai cosa ti diciamo> dissero i ragazzi, è una storia talmente bella che non meriti di essere fumato da solo.>
< Cosa ne dici di un compagno, magari di una compagna?>
< Mi piacerebbe, non mi sono mai accoppiato.>
< Ecco,ti presentiamo la nostra amica Marja. Ha sicuramente una storia tipo la tua e là dove andrete ve la potrete raccontare. In più ci darete un grande piacere.>
< Del resto non siete nati ne sarti ne becchini.>
Il destino vi ha dato questo. A noi la gioia a voi il dolore. Ma sappiate che ne è valsa la pena.
< Grazie ragazzi, che piacere, finalmente mi posso accoppiare!>
< Tranquillo, il piacere è tutto nostro>.


tabacco e marijuana



venerdì 4 gennaio 2019

Danza con me

Anno di promesse senza giorni depressi e parole dimesse.
Sei falso e arrogante come un guerriero superbo con la spada puntata al futuro.
Mi sento senza tempo mentre nasci.
Danzo sui passi dell'illusione
mi ubriaco di me in calici di universo.
Danza con me nel ballo dell'incertezza
la sentenza verrà letta alla fine.
Intanto danza.

Maggie



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