Benvenute/i. Questo è il BLOG dell’Associazione Ippogrifo Imola vivere la scrittura (Associazione culturale e ricreativa). Noi scriveremo. Voi potete commentare e avviare chiacchierate condivise.

venerdì 15 maggio 2020

Ogni parola è ferma (di Caterina Criscione)

Ogni parola è ferma
sullo scorrere del tempo
dove i passi segnano
l'incedere del sempre.
E un gesto non è meno di una danza
a far girare meglio il mondo.
Stare nell'amore e non pensarlo
così non se ne va.
(da "Ottimismo cosmico", 2020)

Caterina Criscione
(Facebook QUI)



giovedì 14 maggio 2020

Un trattino (di Maria Mancino)

È necessario cercare il rimedio per una buona solitudine da dove ripartire per comprendere gli eventi della vita. Il vero rapporto da recuperare è quello con se stessi. I sentimenti si purificano con il fuoco dell’attesa e di attesa ne stiamo vivendo. Non serve attendere invano, è necessario attendere nel cambiamento, cogliendo le occasioni seppur negative che il momento ci propone. La speranza a volte non è altro che la paura di ciò che desideriamo, in cui non crediamo veramente, quindi non è stazionando in lei che avvengono i cambiamenti. Per diventare veri esseri umani bisogna avere una mente sociale, uno spirito individuale e un atteggiamento positivo verso la vita, sfruttando “la semplicità” che tanto è passata di moda. In fondo cosa siamo? Un trattino di una retta, minuscolo , visibile per un periodo breve, visibile solo ad alcuni e poi altri trattini sulla retta della vita che si susseguiranno . Eppure, in quel frangente, quel trattino, possiamo capovolgerlo e metterlo in evidenza, ma non per il gusto di esporlo, soltanto per dare valore al quel pezzetto di esistenza, sotto l’attento sguardo della vita che è l’unica regista.

Alla domanda: - che cosa desideriamo? L’unica risposta che ci diamo è: - stare bene! Ognuno sceglie il suo modo, e in mancanza di scelta apprezza quello che possiede, per stare bene. Che sia l’armonia di una casa, la realizzazione attraverso un lavoro, un’amicizia, un sorriso, un sapore domestico. In ognuno c’è un posto dove stare bene, ma è dentro di se. Il resto sono accessori. Stare bene è un’impresa e a volte la vita non basta per raggiungere questo stato. Le rinunce, le negazioni, l’adattamento al poco non sono facili da vivere in questo periodo. Sopravvive chi è umile, chi sa della sofferenza, chi ha capito che era un conto da pagare alla natura. Sta bene chi ha intenzione di proseguire, chi fa della difficoltà un mezzo per distillare ciò che davvero ha valore.

Maria Mancino



martedì 12 maggio 2020

Apnoea (di Andrea Pagani)

Mi vedo costretto a raccontare come andarono le cose benché la gran parte di noi, certamente, farà di tutto per contraddirmi, se non addirittura per mettermi a tacere, ma la situazione ormai si è spinta a un punto tale che registrare in ordine, con la necessaria porzione di lucidità, eppure con l’insopprimibile indignazione che il caso comporta, registrare in ordine, dicevo, come si sono succeduti i fatti che hanno generato l’epidemia, la prima fase di apnea immobilismo clausura, e la seconda fase di apertura di schizofrenia di rumorosa follia, dove si annidarono le cause e i responsabili, quali siano stati i primi effetti e forse persino le segrete intenzioni, registrare tutto questo è diventata un’ineludibile urgenza, a costo di farmi nemici gli amici e diffidenti gli affetti, ma devo farlo, perché questo è il prezzo per restare fedele alla giustizia, cioè ammettere che è impossibile tornare alla normalità, perché prima non era la normalità, la natura ci ha dato un segnale, ci ha costretto a fermare la corsa del treno, a risvegliarci dal coma dell’odio, per questo il nostro tempo è andato in pezzi, ingannevole e tragico, una specie di richiamo della natura che ha reagito alla nostra malattia, una maglia rotta nella rete, un varco che ci ha mostrato i veri colpevoli, ci ha obbligati al cambiamento, ecco perché non abbiamo il coraggio di osservarla, la malattia, per quella che è, in faccia, dritto negli occhi, con la stessa onesta tragicità e il suo poderoso bagaglio di simboli, e ci costruiamo pretesti, patetici alibi, per dare una specie di provvidenziale giustificazione al cataclisma proprio quando già eravamo in rovina, un cataclisma sopra le rovine, che ci ha costretto a rivedere una nuova forma di convivenza, ad immaginare rapporti diversi, ora che siamo usciti, apparentemente liberi, a ricostruire sistemi di relazioni a distanza, piccoli centri, piccole speranze, una strada disagevole e lacunosa verso un incerto avvenire ma l’unico che possiamo sognare.



domenica 3 maggio 2020

Pensieri di fine fase uno - Quarantena 2020 (di Andrea Ricci)



Quotidianità. Un male o un bene? Cos’è la quotidianità? Qualcosa di ostile che ci pone in una dimensione senza tempo e senza sollievo, o un rifugio nel quale sentirsi cullati ed immuni dai mali esterni? La risposta non è universale e tantomeno scontata. Quando la nostra routine ci viene negata, sorge però in noi un senso di profonda insicurezza e solo allora riapprezziamo appieno il suo enorme valore. Ci sentiamo impotenti, spaesati. Eppure è proprio questo il momento migliore per lavorare sulla nostra quotidianità, cogliendone ogni dettaglio; togliere il superfluo, fortificare il fondamentale e costruire un equilibrio sul quale porre le fondamenta della nostra felicità.

Unione. A volte le sfide alle quali veniamo sottoposti son troppo grandi per essere oltrepassate da soli; a volte conta più il noi che l’io. È in queste occasioni che la potenza della cooperazione e della solidarietà vengono risaltate appieno. La forza dell’unione trova valore quando il bene comune è posto in primo piano rispetto al bene  individuale.  Tutti  insieme,  per  raggiungere  un  unico  traguardo,  un  unico  obiettivo;  nessuno  escluso, nessuno meno o più importante di qualcun altro. In  fondo,  cos’è  un  musicista  rispetto  ad  un’orchestra?  Cos’è  una  goccia  di  pioggia  in  confronto  ad  una tempesta?

Ambiente. L’ambiente è un argomento che viene affrontato fin troppo poco, per quanto questo sia fondamentale. Forse perché la lotta per salvaguardarlo è una lotta contro noi stessi; l’unica guerra nella quale possiamo fare sia la parte del nemico, che la parte dell’alleato. L’ambiente è il bene primario per eccellenza e l’uomo ne è il suo primo distruttore; eppure l’amore ed il rispetto per la propria casa dovrebbe essere qualcosa di indiscutibile ed essenziale. L’uomo e l’ambiente sono parte di un binomio inscindibile. La Terra è il luogo in cui siamo ospitati; ciò che riflette la qualità della nostra vita, la quale siamo gli unici in grado di regolare e determinare, in positivo o in negativo. Ammirate lo splendore di questo cielo; respirate a pieni polmoni quest’aria pulita. Sarà qualcosa del quale raramente potrete rigodere.

Regole. Spesso le regole vengono viste come create apposta per essere violate ed infrante. La mancanza di regole spesso è genialità, ma a volte è solo follia. Talvolta non esistono eccezioni alle regole; talvolta queste vanno seguite e rispettate passo dopo passo senza possibilità di ribellione. È buffo come ognuno voglia reagirne a suo piacimento, seguendo il proprio capriccio, quando tutto, persino l’universo, è soggetto ad obbedire a leggi eterne. Siate trasgressivi, accettate le regole. Che ci crediate o meno, a volte sono proprio queste che portano alla salvezza.

Affetti. La mancanza degli affetti. Degli amici di una vita e di chi, anche solo per qualche momento, ha lasciato il segno; di tutte quelle persone che riempiono la nostra giornata di gioie e di dolori. Viviamo in una situazione dove ogni rapporto è portato fino all’estremo; un estremo dove mancano condivisione, sguardi, contatto fisico. Una situazione che però risalta il vero valore delle persone e mette in luce chi riesce a far sentire la sua presenza; non per forza fisicamente, anche solo con il pensiero, anche solo in silenzio. Quei rapporti che non è necessario rincorrere, ma che nascono apposta per esserci e rimanere nel tempo.

Nucleo familiare. L’affetto per eccellenza; il più bello da riscoprire e riapprezzare giorno dopo giorno. La famiglia è la virtù che viene trasmessa generazione dopo generazione; una virtù dal valore universale e non quantificabile. La scuola di vita alla quale veniamo affidati per costruirne, col tempo, una tutta nostra. Lì dove ti viene insegnato rispetto e dedizione, ma dove si tende a dar per scontati i valori imparati. Lì dove trovano sfogo i peggiori difetti di ogni persona, ma dove anche quei difetti vengono apprezzati. Lì dove si cerca rifugio e protezione, ma dove paradossalmente si fa fatica a parlare. Lì dove si esagera, ma dove si viene sempre riaccolti senza mai essere giudicati. Lì dove ogni momento complicato trova sostegno, finché non ha soluzione.

Tecnologia. Sono più gli aspetti positivi o gli aspetti negativi della tecnologia? È uno strumento che porta aiuti rilevanti o è qualcosa che ci allontana dalla realtà? Un dibattito aperto, che probabilmente non avrà mai fine. Ritengo che la tecnologia sia un bene, se la si riesce a dosare e non ne si diventa sudditi e dipendenti; se sei tu ad usare lei e non lei ad usare te. In particolare in situazioni di emergenza, come quella che stiamo
vivendo, la tecnologia da la possibilità di non fermarsi e di colmare qualche vuoto. Studio, informazione, contatti; sono tutte cose, insieme a tante altre, che godono della presenza della tecnologia. Un aiuto per niente banale, nel salvaguardare passioni ed emozioni, senza dimenticare che il virtuale non può nemmeno avvicinarsi a ciò che il reale riesce a trasmettere.

Emozioni. In quanto esseri umani siamo vulnerabili e governati dalle emozioni; è incredibile come queste possano cambiare in poco tempo, sfuggendo completamente al nostro controllo. La spensieratezza lascia strada alla paura; la felicità cede il posto a rabbia e tristezza. Il tutto in una società dove le emozioni vengono scoraggiate. Una società dove essere emotivi diventa sinonimo di essere squilibrati ed instabili. Una società che elogia rigore e fermezza, come se fossimo macchine prive di sentimenti. Ma non ne siate succubi; non trascurate le vostre emozioni perché queste sono il collante della nostra personalità e rappresentano la sostanza e la ricchezza di ognuno di noi.

Nostalgia. Uno dei sentimenti predominanti in tutti i noi in questo difficile periodo. Una sofferenza, a tratti logorante, dettata dall’inappagato desiderio di tornare alle nostre abitudini quotidiane. Il lavoro, lo studio, gli affetti, lo sport. Il ritorno immaginario a tutte quelle cose che prima sembravano scontate ed ora assumono un valore enorme; attimi fondamentali della nostra routine giornaliera, che diventano improvvisamente solo un ricordo, dolce e amaro allo stesso tempo. Quindi, mi chiedo, perché attendere che l’istante divenga ricordo prima di apprezzarlo appieno?

Abbraccio. Un gesto semplice, del quale spesso si sottovaluta la potenza. Un magico momento dove il respiro si blocca per la portata dell’emozione, dove non si ha più la percezione del tempo e dove comprensione ed affetto trovano la completa realizzazione. La creazione di tutt’uno; la costruzione di una roccaforte dove ansia e timori non hanno il diritto di entrare. Abbracciatevi, quando questo tormentato periodo sarà finito; non c’è cosa più bella e rilassante di buttarsi e perdersi nelle braccia di una persona alla quale vogliamo bene.
Andrea Ricci
(Facebook QUI)

lunedì 27 aprile 2020

“Ciao Linda” (di Ivan Crescini)

Una caduta libera

verso un fondo di

purissimo cristallo,

indistruttibile.

Ma per ognuno

un’altezza diversa.
Ivan Crescini

Fonte foto: QUI

domenica 26 aprile 2020

FAMMI ENTRARE (di Luciano Poli)

Melagrana o pesca di collina
Ecco, qui, dove la bocca va al miele
Pregano le tibie sul cemento
Umore di Ginestra e di sulla
Fammi entrare lì dove si nasce per morire.

Lupo
(Facebook QUI)

Vaso con fiori. 2020. Tecnica mista su faesite. Cent. 30x40


sabato 25 aprile 2020

“25 Aprile 2020” (di Ivan Crescini)

Quel nemico,
lo hanno sconfitto loro.
Le nostre ali,
le hanno costruite loro.
La speranza,
l’hanno coltivata loro .
Fatti di miseria,
poggiati alla fatica,
in un costante
profumo di morte.
Non si sono fermati,
mai.
Salutiamoli oggi,
vi prego.
Ricordiamoli oggi
che il nostro nemico
li ha battuti.
Nella paura,
nel silenzio,
senza addio.
Se ne sono andati.
I nostri nonni.

Ivan Crescini 

(a Tina 1921 – 2020)

Fonte foto: QUI


mercoledì 22 aprile 2020

“Uomo” (di Ivan Crescini)

Guardati li,
seduto sulla sedia
di una vita intera,
lo sguardo poggiato,
smarrito nel silenzio
di quell’alba novella,
l’anima stranita,
sbronza d’ogni verità.
Guardati li,
le dita convesse
da nervi scomposti
nel tempo bruciato,
in quelle tasche
un vecchio panno
di lino confuso,
come il tuo sorriso,
sincero,
unico.

(07/11/04)

Ivan Crescini



domenica 19 aprile 2020

Appunti in margine a Baricco (di Andrea Pagani)

Ho ascoltato l’intervista che Alessandro Baricco, come sempre acuto osservatore del nostro tempo, ha rilasciato alla trasmissione radiofonica di Marco Montemagno e ho rinvenuto alcuni interessanti spunti di riflessione, attorno alla nuova didattica, alle nuove forme d’interazione sociale, alla cultura e all’editoria del prima e dopo emergenza Coronavirus, ed in particolare:
1) una riflessione sul rapporto fra realtà e racconto della realtà, fra il fatto concreto e la narrazione di esso, il cosiddetto storytelling;

2) l’importanza di una forma di intelligenza, tipica della rivoluzione digitale, necessaria per uscire dall’emergenza, e fondata appunto su una capacità di reagire con rapidità, cambiando drasticamente traiettoria, ben diversa dal sistema di risoluzione dei problemi novecentesco;

3) la funzionalità della nuova didattica, leggera, pratica, libera, fondata sulla video lezione, a cui non si può tuttavia sovrapporre in modo ottuso il sistema della lezione frontale personale, con un assurdo copia-incolla, imponendo ad esempio 5 ore di video lezione agli studenti (e agli insegnanti), ma reimpostando un metodo più efficace ed intensivo di sviluppare gli argomenti;

4) il valore prezioso di questa fase di immobilismo, per certi aspetti più serena (una quotidianità deliziosa), in cui abbiamo la possibilità di vedere noi stessi dall’esterno, osservando ad esempio la follia della nostra agenda prima della quarantena e riflettendo sulla frenesia dei ritmi a cui eravamo sottoposti, sul cumulo e densità di impegni che eravamo abituati a reggere, sull’eccessiva attenzione che ponevamo su superficiali beni voluttuari, quindi la speranza di uscire con una umanità più adulta;

5) allo stesso tempo, una riflessione sulla sofferenza del momento, sulla fatica psichica e sulla difficoltà a trovare l’energia e l’ispirazione per scrivere, quasi ci fosse un ronzio fastidioso, una sorta di nebbia frustrante dovuta all’impressione di prigionia, che viene da fuori, che ti impedisce di trovare la concentrazione.

Non è detto che le idee di Baricco siano condivisibili.

Tuttavia, credo siano stimolanti. Ve le sottopongo.



martedì 14 aprile 2020

Interno notte (di Francesca Piana)

Vorrei percorrere
I tuoi passaggi segreti
Come un tempo
E valicare i tuoi picchi
Risolvere il tuo labirinto
Senza intaccarne il mistero
Se avessi saputo che il mio mango silvestre
Era un cuore di poeta
Non lo avresti colto
Perché è eretico e velenoso
Perché non ti liberi della mia fedeltà al tuo odore
Al tuo tono di voce
L' unione carnale con altri umani
Mi ha ricordato
Il regno senza terra
Di due anime destinate
A riconoscersi e a lasciarsi andare
( x g.)

Francesca Piana
(Facebook QUI)



lunedì 13 aprile 2020

… A RIVEDER LE STELLE (di Andrea Pagani)

Gentilmente, Andrea Pagani concede la condivisione di un suo post.

A riveder le stelle

Difficile porsi una domanda più oziosa e sterile, come quella d’interrogarsi se una grande pagina letteraria sia attuale o meno, pulsante e viva, capace di parlare agli uomini di oggi e forse di domani, per il semplice fatto, appunto, che un capolavoro non ha tempo, si muove oltre la storia, in una dimensione sontuosa e magica, metafisica, quasi religiosa: cioè, per il semplice fatto – ci suggeriva Leopardi nello Zibaldone – che c’è un punto in cui l’infinitesimo tocca l’infinito, indagare nella profondità dell’io corrisponde a visualizzare l’universale, investigare nell’interiorità dell’uomo equivale ad estendere il proprio sguardo verso il generale. Un po’ quello che, più prosaicamente, rilevava Roberto Benigni, durante le sue acclamate lezioni sulla Commedia, ricordandoci che Dante non è attuale, ma è più avanti di noi: dialoga oltre la storia, per ogni epoca.
Ed è proprio Dante, ancora una volta, a svelarci un singolare punto di vista sul presente, che gli occhi miopi dei contemporanei rischiano di non vedere. Stiamo parlando di un passaggio decisivo nel XXXIV canto dell’Inferno, quando Virgilio, non a caso simbolo della ragione umana, della saggezza, della guida lucida e rassicurante (benché in diversi passaggi del viaggio ultramondano lo sorprendiamo, anche lui, combattuto da sentimenti “umani”, come la rabbia, l’abbattimento, una specie d’innervosito disappunto), ormai al compimento dell’esperienza dei gironi Malebolge e dell’ultima zona della Giudecca (giacché «tutto avem veduto»), invita Dante a farsi coraggio, a riprendere il cammino «ascoso», ad avviarsi dentro la «natural burella», e quindi a sbucare nel Purgatorio, a «ritornar nel chiaro mondo», a riveder «le cose belle» e uscir a rimirar le stelle.
Cosa ci dice Dante in queste terzine esemplari?

Il tempo segue il ragno (di Maria Mancino)

I giorni senza più le ore
bruciano come stoppia
e si fanno cenere
ai piedi del tempo
È muto il tempo
è armato
ma non si schiera
e non si arrende
È un duello frontale
tra un orologio appeso al muro
e una ragnatela
Segue il silenzio l’illusione
e tiene in vita

Il tempo invece segue il ragno


Fonte foto: QUI


L'ultimo uomo sulla terra (di Tiziano Gioiellieri)

Foto realizzate a Imola Centro filigranate con data e ora.
Libro di riferimento: "Io sono leggenda" di  Richard Matheson




domenica 12 aprile 2020

Incarnare (di Francesca Piana)

Un amica di Associazione Ippogrifo Imola. Vivere la scrittura  ha inviato questo elaborato, contestualizzato al momento storico che stiamo vivendo, tutti, su questo pianeta. Siamo lieti di pubblicarlo.

INCARNARE

Ho preso carne su questo pianeta e ossa, tendini, viscere e sangue, ma non ero pronta per essere figlia; non ero pronta per la famiglia e i suoi reticoli di vene, gratitudine ed appartenenza.
Non sapevo dire grazie per un corpo che sente, gode, si stanca e soffre e per una moltitudine di precetti da seguire, di abitudini da scardinare, di padre nostro da mormorare, di madre cosmica da ricercare come oggetto smarrito in ogni ramo, vagina umida e crepa asciutta del terreno.
Ero pronta per canti salvifici salmodiati dagli Angeli, per crogiolarmi nella rotondità del pino, per annusare il muschio come fosse traccia del Nord, odore della mia misteriosa casa di radici.
Ero pronta per il vento, per l'acqua di ogni temperatura, ma non per marcare a fuoco la progenie futura con un'appartenenza che non sarà mai matura. 

Francesca Piana
(Facebook QUI)



Come nacque la musica del "Testamento di Tito" (di Michele Castellari)

Un giorno chiesi a mio zio Corrado come nacque la musica del Testamento di Tito, di Fabrizio De Andrè. Mi disse che De Andrè gli aveva chiesto una melodia a tre piani, che assecondasse l’incedere narrativo del testo. Al primo piano doveva stare, duro come una frustata, l’assunto del comandamento. Al secondo piano il suo blasfemo avveramento da parte di ogni società farisea, che si attuava ora nel rovesciarne il senso, ora nell’assecondarlo testualmente senza ironia e senza pietà. Al terzo piano la morale immorale di Tito, che in quella letteralità o in quell’antitesi sbugiardava l'ipocrisia degli uomini. Una ballata che in un pretesto di ripetitività mutasse in modo impercettibile e progressivo il suo refrain, alla fine sbalzando fuori l’ascoltatore dall’abitacolo delle sue certezze: come riposare su una barca dondolati placidamente dalle onde, e trovarsi d’improvviso a bagno con le ossa fradicie.

Anche nella storia della crocifissione raccontata nel vangelo di Luca, il piano resta tripartito, ma all’inverso rispetto alla canzone di Faber. Il primo ladrone vede la morte in arrivo, e questo acuisce la sua ferocia, senza riscatto e senza speranza. Il secondo ladrone riconosce lo scandalo della condanna a morte di Gesù, e gli chiede di ricordarsi di lui quando entrerà nel regno dei cieli. Gesù alla fine gli dice: tra poco sarai con me in paradiso.

In De Andrè la legge vuota di Dio, l’ingiustizia degli uomini, l’inconsolabile solitudine umana. In Luca la solitudine umana, l’ingiustizia degli uomini, la carezza salvifica di Dio. Nella canzone di De Andrè il ladrone impara l’amore quando non gli serve più a niente se non a illuminare retrospettivamente la miseria di prima, perché di là lo aspetta il buio. Nel vangelo di Luca l’apprendimento del dolore è ancora uno sguardo prospettico, il seme fertile di una fioritura prossima ventura che sta per disvelarsi in piena luce e verità.

Il genio genovese di De Andrè, con la sua dimensione dei luoghi reali che diventa anche cartografia dell’anima, avverte la vertigine digradante delle montagne che gli gravano sulle spalle, ma anche la tentazione di un mare aperto che gli si staglia agli occhi e gli vagheggia l’ipotesi di un approdo sovrumano, infinito. Ma non riesce mai a partire, perché la massima religiosità possibile di colui che non crede è per l’appunto la narrazione di un’impotenza, e di una nostalgia. Tre piani sotto De Andrè, o trenta, anche per me è sempre stato così: studente somaro di un impossibile codice della navigazione, non ho mai disposto della chiave di accesso per osare la direzione finale.

Per me e per chiunque, allora, si riforma perennemente alla mente la melodia tripartita del nulla, del dubbio, di Dio. E quasi in parodistica imitazione di agenti segreti che ci cercassero reconditi significati da respingere o da abbracciare, lungo quella armonia tutti riascoltiamo il disco della nostra fede, o della nostra incredulità. E l’invidia di ieri non è già finita, stasera vi invidio la vita. Buona Pasqua a tutti.

Michele Castellari
(Facebook QUI)


La luce in fondo al tunnel (quadro di Luciano poli)

Per gentile concessione dell'autore.
Luciano Lupo Poli
Facebook QUI)




sabato 11 aprile 2020

E’ un attimo cadere (di Maggie e Tiziano Gioiellieri)

Tiziano ha espresso metaforicamente delle emozioni a Maggie, che le ha raccolte, le ha fatte sue e gliele ha restituite in parole scritte. Questo "particolare" ensemble poetico ha partorito questa poesia.

Quando la salita si fa ripida
ho bisogno d'inciampare
di riflettere
di respirare
Basterebbe un attimo per cadere
Rotolo sui miei dubbi
il dolore si conficca nella carne
e il sangue prende fuoco
Ardono le convinzioni
Ed è guerra
Ma sono vivo
ho evitato la morte del cadere
e rinasco sulla voluta sosta
Ad occhi aperti la salita è meno irta
Sono pronto per ripartire




La pellicola sottile (di Alessandra Scisciot)

Una bolla… è il simbolo fisico per descrivere questo fluttuare nell’aria, in una dimensione racchiusa da un’impercettibile pellicola, attraverso la quale vediamo tutto ciò che è fuori, ma ne siamo sottilmente separati. C’è quasi un inganno di normalità - perché il visibile resta quello di sempre - in questa separazione trasparente.
Così, questa mia attuale condizione fluida e sospesa, mi riporta alla fragilità della costruzione del tempo, che nasce per la necessità di scandire, circoscrivere, perimetrare idealmente le cose per collocarle in una struttura mentale, che ci permetterà poi di ritrovarle, ricordarle e metterle in relazione, e dargli un valore.
Il fluttuare sembra annullarlo questo tempo, - che prima ci sfilava tra le dita come sabbia, non bastandoci mai - sembra annullare ogni ritmo, ogni corsa, ogni pretesa. Sembra dilatare tutto, fino quasi a farlo sembrare “eterno”, questo tempo. Quindi un non-tempo.
Mi sono chiesta, quindi, anche di questa coincidenza della pandemia con la Quaresima cristiana, in cui si compie quanto preannunciato dalle sacre scritture, e si conclude un tempo umano con l’apertura di uno squarcio di eternità dell’anima.
La speranza di essere qualcos’altro - che travalichi questa nostra limitata condizione immanente, che mai come adesso, come nei momenti di malattia che ci mettono di fronte ad una vicina o possibile fine - è sempre più presente e incalzante.
Mi rivedo ragazza - quando il sabato di quaresima lo percepii per le prime volte in modo più consapevole e maturo - con quella sensazione di solitudine senza immediata risposta, mentre passavo davanti alle porte delle chiese chiuse. La chiesa chiusa di sabato. Non c’è corpo, non c’è benedizione. Il vuoto dopo l’ultima cena e la morte di Cristo. Quello che provarono anche i discepoli - sgomenti dalla grandezza di quanto profetizzato e quasi impossibile, umanamente, da accettare – provati e privati dall’assenza fisica dell’abbraccio del maestro.
“Accadrà davvero?” – si chiedevano dentro di sé. Cosa sarebbe stato o sarebbe il mondo senza questa speranza di resurrezione? Sarebbe il vuoto lasciato dalla porta di questa chiesa chiusa, chiesa che non è fatta per essere chiusa. Sarebbe un luogo dello “stare insieme” che non lo è più, senza la presenza di Dio.
Questo senso di profonda solitudine mi colse come non immaginavo potesse essere.
Così porto con me questo vissuto della porta della chiesa chiusa del sabato santo, un tempo sospeso tra la morte e la speranza umana di resurrezione.
In quella Resurrezione c’era una promessa, che avrebbe dovuto renderci certi, e non solo speranzosi, in quel momento di sospensione in una bolla.
La bolla diventa allora il necessario momento di passaggio, di metamorfosi, di cambiamento delle mie fragili certezze umane in nome di una certezza vera, di un credo che, unico, potrà essere il motore di un nuovo agire. Il cambiamento ci è richiesto, perché serve a farci travalicare questo trasparente perimetro tra la speranza e la fede, tra la paura e l’attesa certa, tra la consapevolezza e l’azione.
Ecco.
Tutto, in questi giorni di separazione fisica dagli amici e dagli affetti più cari, mi fa pensare a questa pellicola trasparente, come quella dei tubi in cui portano in ambulanza i malati di covid-19, quella delle visiere che separano gli occhi dei medici da quelli dei pazienti, la madre dall’abbraccio al figlio. Una pellicola necessaria perché protettiva, ma anche istruttiva e che in questa nuova e contingente situazione storica attraversiamo solo visivamente, ma a breve diventerà daccapo qualcosa di meravigliosamente e necessariamente fisico. Noi lo dobbiamo credere, non solo sperare. Questa pellicola che ci separa, questa tuta, questa mascherina che ci nasconde il sorriso, che sembra togliere anche patria alle parole, è una pellicola che ci farà rinascere: nella certezza di quello che avremmo dovuto essere e potremo ancora essere nei giorni che seguiranno, di quello che non siamo stati capaci ancora di essere ed ora ci appare chiaro e lampante, di quello che ora dobbiamo perdonarci perché qualcuno, morendo, ci ha già perdonato. Di quello che avremo imparato da questa separazione in questa bolla e che avremo il dovere di far diventare novità quando questa bolla sarà scoppiata.
Allora potremo ritornare nello stesso mondo che vedevamo dietro questa pellicola, dietro i vetri delle nostre case, dietro le tende di plastica degli ospedali, e dal quale siamo stati temporaneamente separati, ed amarlo e rispettarlo come non siamo stati mai capaci di fare, sperando di trovarlo ancora benevolo.

Alessandra Scisciot
(Facebook QUI)



CITTA’ VUOTA ( di Elisabetta Turricchia)


Citta di Imola  (Foto by Tiziano Gioiellieri)

La città è piena di vita, brulica di persone che passeggiano per le vie del centro spensierate, guardano le vetrine e si soffermano a parlare tra di loro. I ragazzi brindano con calici di vino bianco accordandosi per gli appuntamenti del fine settimana. Le grida felici dei bambini che giocano a palla o si spingono sull’altalena nel parco si perdono portate lontano dal fresco vento primaverile.

Buio. Silenzio surreale. La sirena di un’autoambulanza risuona nella notte.
Una poi due poi tre poi quattro poi ancora e ancora.
E’ tempo di cambiare il domani di sempre.
Ragnatele tessute da ragni invisibili avviluppano la città.
Serrande abbassate, esercizi chiusi, aperti solo i negozi che forniscono beni di prima necessità e farmacie.
Poche sagome umane camminano come automi distanti tra loro. Ombre al calar della sera. Difficile distinguere tra di essi gli amici, tutti sembrano sconosciuti nascosti dietro alle mascherine che nascondono i lineamenti dei volti. Una vita nuova da costruire giorno dopo giorno dentro alle pareti domestiche. Casa, dolce casa.
Un mondo diverso, uno sguardo diverso. Leggere un libro dimenticato sopra uno scaffale, abbandonato da tempo immemorabile con la vaga promessa “ti leggerò”, ascoltare quel vinile dei Beatles che ricorda gli anni settanta, quando si ballavano i lenti guancia a guancia con la ragazza del momento, disegnare con una matita i tratti di un profilo, tutto pur di rompere il silenzio della solitudine.
Godere delle cose semplici e sincere. Ritrovare il gusto dei movimenti lenti, senza orari da rispettare, ogni cosa senza fretta.
La minaccia è subdola, penetra dentro e distrugge storie di vita.
Storie diverse per ognuno di noi.
E’ presto, la lotta continua inesorabile con forza e tenacia. Un giorno finirà e come nei tempi passati l’intelligenza, la determinazione domineranno il nemico invisibile.
Nuovamente l’umanità riemergerà per abbracciarsi, baciarsi e sorridere a denti scoperti senza più maschere, almeno quelle di stoffa.

Elisabetta Turricchia 
(Facebook QUI)
nata a Imola il 10 Agosto 1956 abita a Imola e svolge l’attività di educatrice con i bambini disabili per conto di una cooperativa sociale del territorio. Dopo molti anni è riuscita ad esaudire un desiderio che aveva sin da bambina ovvero quello di scrivere un libro. Ha pubblicato “Storie sul divano”, una raccolta di 25 racconti brevi edito da Editrice Mandragora e “I Racconti di Betta” edito dalla casa editrice CTL di Livorno, un libro che contiene 15 racconti di diversa natura. Inoltre alcuni suoi racconti sono stati inseriti nel terzo volume di “Racconti a Tavola”, nel secondo volume di “Racconti Sportivi” e nel secondo volume di “Racconti Emiliano Romagnoli” editi da Historica.

venerdì 10 aprile 2020

CORONA VIRUS 2020 (di Caterina Criscione)

Rende giustizia alla vita

la morte ingiusta che si annida

e reca amore al nostro nido.

Quanto rafforza il pensiero

un corpo debole all'isolamento

e ci protegge così umani.

Semplifica la libertà

sciogliere la morsa mercenaria

e ci riscopre già più ricchi.


C.C. (Facebook QUI

(da "Ottimismo cosmico, 2020)



20 Marzo 2020 (di Mirella Morara)




Malinconica carezza (di Mirna Turrini)


È troppo azzurro oggi il cielo per me
Il tubare di una colomba sul grande cedro
mi infastidisce
E' primavera sì
ma non dentro di me
Vorrei un giorno buio
con la pioggia che sbatte
contro le finestre
e piega le cime degli alberi
e lava via i miei pensieri

Mirna Turrini
(Facebook QUI)



domenica 9 febbraio 2020

Insufficiente rendimento (di Arianna Biavati)


– Intelligente, ma non si applica. Così ha detto la professoressa – conclude mia madre. Una rapida occhiataccia di sbieco a me, poi torna a fissare mio padre.
La disapprovazione scorre da lei a lui e mi schiaccia. Chino la testa, non riesco a sostenere quello sguardo. Mi balena in mente l’espressione di disgusto che la professoressa mi elargisce con generosità, negli ultimi tempi.
Già le cose non mi vanno troppo bene, ma la risata è davvero di troppo. Il mio fratellino. Si è goduto la scena e mi deride con impegno. Ride della mia umiliazione. È bravo in Tecniche di Umiliazione, e ci tiene a dimostrarlo. Mia madre lo ricompensa con una carezza e un sorriso pieno d’orgoglio.
Do un calcio alla sedia, esco di corsa dalla cucina e mi rifugio nella mia camera. Sbatto la porta e sprofondo nel letto.
La risata mi è rimasta inchiodata in mente. Insomma, che ne sa lui delle scuole superiori? È solo un bambino. A lezione di Desensibilizzazione vede addirittura solo filmati virtuali. Sparatorie, esplosioni, torture, massacri, tutto è finto. Il sangue non è ancora quello delle persone vere. Non fanno nemmeno Pesta il Verde, solo vivisezione su animali. E Cripto colonizzazione Planetaria nemmeno sa cos’è.
Io non sono stupido. Intelligente, ma non si applica. Non è vero che non mi applico. Non che ci sia un gran bisogno di applicarsi, in Cripto colonizzazione Planetaria. Una volta capiti i principi di base, alla fine i problemi si assomigliano tutti.
Sul pianeta X sono presenti grandi giacimenti del minerale Y, necessario per il miglior rendimento del prossimo comunicatore interstellare della multinazionale Z. Le caratteristiche storiche, sociali, economiche, culturali delle razze senzienti presenti sul pianeta X sono le seguenti (segue elenco delle razze e delle caratteristiche). Progetta un programma di sterminio reciproco tra le razze che permetta alla multinazionale Z, in un periodo di due anni, di controllare l’economia del pianeta. Naturalmente il tutto è corredato dalle tabelle tecniche necessarie per effettuare i calcoli.
Ma il mio problema non sono i calcoli o la progettazione. Li so fare i calcoli, anche bene, e nella mia testa il progetto si sviluppa con chiarezza.
È quando devo andare a scrivere, che mi blocco. Non lo faccio apposta. Inizio tranquillo. Prima fase, seconda fase. Terza fase, scrivo, si prevede il massacro della razza A ad opera della razza B nel numero approssimato di unità tot mila… E qui mi blocco. Perché non vedo più i numeri, ma le facce, quelle dei filmati.
A Desensibilizzazione guardiamo spesso le riprese fatte nelle aree di intervento. La classe ulula di entusiasmo e si torce dal ridere davanti allo spettacolo dei nativi che si scannano. Io, non so perché, non ce la faccio più.
Anche a me una volta sembrava tutto divertente. Adesso no. Certo, rido. Ho imparato a farlo bene, per fortuna, così nessuno si accorge di niente.
Deve esserci qualcosa che non va, in me. Che sia un problema di crescita? Mai avuto difficoltà a scuola, prima. Forse avrei dovuto dirlo a qualcuno. Magari mi avrebbero solo dato qualche pillola per rimettermi a posto, ma ho avuto paura di finire in una di quelle Scuole Speciali.
Non posso nemmeno dare la colpa alla scuola. I miei sono ottimi professori, loro non c’entrano.
Non so cosa sia successo.
No. Dico una bugia. Forse invece sì, lo so. Almeno credo. Alcuni mesi fa. È stato qualcosa nell’espressione del Verde, qualcosa nel modo in cui tremava, raggomitolato a terra, o negli occhi stretti per il dolore e la paura. O forse la lacrima. Strano, perché non mi aveva mai dato fastidio prima.
So che il nome ufficiale della materia è Desensibilizzazione Pratica, ma a tutti piace chiamarla Pesta il Verde. Dobbiamo colpirlo, forte quanto ci pare, ma entro il limite della sopravvivenza. Insomma, ferite o fratture vanno bene, ma meglio non accopparlo in fretta. I Verdi devono durare un po’, non possono sostituirli sempre, sono un costo per la scuola.
Alla fine della lezione portano via il Verde per rappezzarlo, poi passano a pulire. Si fa sempre un sacco di sporco a Pesta il Verde, soprattutto sangue, a volte anche roba più schifosa, dipende da dove viene colpito e da quanta paura ha.
All’inizio ho provato a non fare tanto caso alla faccenda, ho sperato che passasse. Invece no. Addirittura è peggiorata. Perfino andare giù a guardare i Verdi nelle gabbie ha iniziato a darmi fastidio.
Pesta il Verde è diventata un bel problema. Questa è una materia fondamentale, il mio rendimento è calato parecchio negli ultimi mesi, non potevo rischiare brutti voti anche qui, così ho sviluppato qualche buon trucco: in pratica, molta scena e poca sostanza. Finora non se n’è accorto nessuno, credo. Solo il Verde, forse.
Comunque, l’insufficienza in Cripto colonizzazione Planetaria è l’ultimo dei miei problemi, a questo punto.
Ieri notte ho aperto le gabbie dei Verdi e li ho guidati fuori dal recinto della scuola.
Temo proprio che non verrò promosso, quest’anno.


venerdì 7 febbraio 2020

UNA STORIA DI CEGNI (di Aldina Sommariva)

CEGNI CARNEVALE BIANCO 2016


Eccola lì, nella foto del 1960, la bisnonna Maria Maddalena, detta Pulagia per il suo commercio di polli, come la ricordo ancora: una vecchiettina minuta, tutta vestita di un nero che contrastava con la chioma bianchissima e ancora folta. Era morta l’anno seguente, la Pulagia, proprio nel giorno in cui era nata una delle mie sorelle: giorno allo stesso tempo di dolore e di gioia per la mia nonna materna.
Della bisnonna noi bambini sapevamo solo che era nata a Cegni, nella Val Staffora, nel 1878, e che da quando aveva diciannove anni aveva sfornato figlie, una dopo l’altra, fino al 1905: le tre più grandi erano sopravvissute, poi altre quattro, due coppie di gemelle, non ce l’avevano fatta. Nate troppo piccole da quella donna provata dalle fatiche e dalla malnutrizione, erano vissute solo un paio di giorni. Ma in quel paesino isolato da tutto, lassù dove l’Appennino si alza sopra il crocevia fra quattro regioni, la Lombardia, il Piemonte, la Liguria e l’Emilia, la morte di un neonato era qualcosa da mettere in conto. Si piangeva un po’, poi si rimboccavano le maniche e anche le puerpere non tardavano a tornare sui monti per riportare alle stalle l’erba da far seccare e conservare per l’inverno. La morte di una mucca sarebbe stata un guaio molto peggiore. 
Ma la Pulagia non aveva nemmeno una mucca: lei sui monti ci andava soltanto per aiutare il marito a riportare alle stalle le mucche di qualche compaesano più fortunato, cosa che il bisnonno Giuseppe faceva per pochi spiccioli. Non avevano terra, i due sposini: solo una piccola aia dove allevavano qualche pollo, per venderlo. Per loro, la carne era un cibo proibito: ne potevano mangiare un po’ soltanto il giorno della Madonna d’Agosto, invitati da qualche parente.
Venne un giorno in cui Giuseppe, dopo tante incertezze, si decise a parlare con Maria Maddalena. Lo fece nel tepore del loro letto, unico luogo di tutto il loro mondo in cui d’inverno riuscivano a non sentire freddo, abbarbicati l’uno all’altra. In un letto più piccolo, accanto al loro, dormivano le loro tre bambine, messe per traverso. Giuseppe parlò piano per non svegliarle.
“ Lena – disse – bisogna che io parta: sai che da Fego e da Negruzzo partono il mese prossimo due ragazzi per l’Argentina. Bisogna che vada anch’io: qui non ce la facciamo più e rischiamo di morire di fame, noi e le bambine. Là c’è lavoro, dicono. Non starò via per sempre: giusto qualche anno in modo da metter qualcosa da parte: non mi terrò quasi niente per me, ti manderò praticamente tutto quello che riuscirò a guadagnare, così tu e le bambine riuscirete a vivere un po’ meglio”.

lunedì 27 gennaio 2020

Uno sguardo magico sul mondo (a cura di Andrea Pagani)

Recensione al romanzo di Loriano e Sabina Macchiavelli 

Quando due sensibilità e due cervelli diversi, ma allo stesso modo dotati dell’inconfondibile talento della scrittura, di quella singolare abilità di trascrivere sulla pagina il complesso reticolo delle emozioni, si mettono assieme e decidono di dar vita ad un’opera artistica, ne risulta, nella maggior parte dei casi, un prezioso gioiello di letteratura.

È il caso, senza dubbio, de La bambina del lago (Mondadori, 2019), un originale romanzo firmato da Loriano e Sabina Macchiavelli, che riesce a coniugare in modo armonico e sapiente una complessa varietà di ispirazioni: una detection colta e avvincente, un mistero intimista e gotico, una vena fantasy, un’implicazione civile, una dimensione lirica e visionaria.

In effetti, nella storia del dottor Astorre, medico condotto, che nell’estate del 1930 si trasferisce con la figlia di dieci anni Aladina in un paesino immerso nell’Appennino emiliano, e nelle nuove dinamiche relazionali che s’intrecciano fra i due protagonisti e gli abitanti del luogo (Cleonice, che si occupa della grande casa in cui vanno ad abitare; la rude ostessa Tina; il Podestà, giovane socialista; il Professore, che conosce i segreti del paese), si riconoscono, elegantemente fuse, senza brusche inversioni di rotta, le due anime degli autori: da un lato una vena investigativa, la solida intelaiatura del giallo, una componente d’impegno civile (nella misura in cui, ad esempio, il velo fiabesco e magico, vagamente ironico, che accarezza tutto il libro mette in ridicolo la retorica del regime fascista); e dall’altro lato, la forza lirica, onirica, tenera, evocativa, quasi struggente nella rappresentazione della bambina, Aladina, che dialoga con gli animali domestici, che osserva il mondo impenetrabile della quercia secolare, che pare sia l’unica in grado di aprire la porta della soffitta dove sono custoditi gli oggetti carichi di simbologie arcane della madre.

Ed è proprio attraverso gli occhi di questa bambina, e dell’altro bambino solitario con cui fa amicizia, il Gufo, che le insegna i misteri della montagna e i segreti degli animali (ad esempio, ad accarezzare piano la testa della biscia, in una straordinaria avventura sotto il lago, con il liguarro, tritoni, sardine, serpentelli, lenticchie d’acqua, in uno dei capitoli più poetici e toccanti del romanzo), è attraverso i loro sguardi puri ed incontaminati, contro la logica severa degli adulti, che si svela il mistero profondo nascosto dentro le cose: attraverso lo sguardo dei bambini “strani”, emarginati e incompresi (e forse anche questo un altro tema civile e militante) si conosce la verità del mondo.



venerdì 24 gennaio 2020

LA CITTÀ’ DEL PIANOFORTE (di Caterina Criscione)

Una città, ci resta nei ricordi con qualche suo particolare: le luci all’imbrunire, i colori delle case, il cielo dietro i tetti, le forme, gli odori, gli stili, il clima… Imola si può ricordare, tra le finestre schiuse, per i suoni di tanti pianoforti che, seguiti qua e là, conducono alla Rocca Sforzesca.

Nell’edificio dove sono in bella mostra armi, corazze, attrezzi da guerra e da tortura, mura invalicabili e ponti levatoi che stanno là dal XIV secolo, a ben sentire, dall’angolo più antico e recondito detto Palazzetto, sul cortile che rosseggia in autunno con la meraviglia delle viti americane, dal 1989 è tutto un brulicare di suoni, che lasciano intendere mani solide ed esperte: scale sgranate alla massima velocità, da quei pianisti da corsa che guidano la tastiera come pochi passi più in là, all’Autodromo “Dino Ferrari”, fino al 2006 i campioni di Formula Uno guidavano per vincere il Gran Premio.

Ma chi è stato a portare la musica, che ai tempi di Caterina Sforza, di Leonardo da Vinci, del Valentino Borgia, a Imola era solo fregio e sollazzo di potenti cortigiani, a fare della Rocca la fabbrica dei sogni di centinaia di pianisti provenienti dal mondo?

E’ stato un uomo con Imola nel sangue, che del pianoforte ha fatto il suo trono, il suo scrigno, il suo altare, il suo palcoscenico, il motore di tutte le sue giornate e delle sue notti insonni: Franco Scala. Un uomo cresciuto all’ombra degli alberi del Parco Tozzoni, romantico luogo sulla collinetta appena fuori dalle mura della città, di cui i genitori facevano i custodi. Con il fratello maggiore, Umberto, che componeva e cantava in dialetto una sua canzone, “Iomla bella sité”, abbracciando la fisarmonica.

Le mani concrete di Franco Scala non hanno mai lasciato la terra, anche quando imparavano tra le mura romane dell’Accademia di Santa Cecilia, quando danzavano il liscio col gruppo di Castellina Pasi per sbarcare il lunario, quando egli restò inghiottito dalla decisione di chiudere per sempre la sua carriera di solista in mezzo a un concerto per pianoforte con l’Orchestra Toscanini, neppure mentre firmavano il contratto di docente al Conservatorio Rossini di Pesaro, né mentre aprivano la porta al suo progetto di creare un’accademia pianistica.

Dal 1979, io pianista ragazzina nella classe pesarese che gli ha procurato tanti allori, ho vissuto giorno dopo giorno quel progetto: braciolate con sindaci e assessori davanti a un camino, telefonate e riunioni con i grandi colleghi e i grandi amici, cene al “San Domenico” luogo speciale in centro storico, oggi a fianco dei Musei imolesi, che Romano Visani, l’amico cuoco di Scala fece diventare uno dei migliori ristoranti stellatissimi d’Italia. E poi gli incontri dove tutti noi allievi, ogni mese, passavamo il weekend a suonare ad appassionarci e ad ascoltare i più illustri maestri della tastiera; concerti al Teatro Comunale “Ebe Stignani”, altro gioiello ottocentesco imolese, conferenze stampa nelle sale del Palazzo Comunale, lì sotto l’orologio, che si affaccia sull’affascinante Piazza Matteotti con qualche arco a reminiscenza delle sue origini gotiche ma ricostruito a fine Settecento... e poi le masterclass estive negli ambienti dell’Istituto Tecnico Agrario Scarabelli, altro fiore all’occhiello cittadino, tra i colli imolesi a sud, quelli dei buoni vitigni.

mercoledì 22 gennaio 2020

TI AMO (monologo di Caterina Criscione)

Ti amo perché desidero baciarti. AM! E' la radice di amare! Fonderci con il calore delle nostre labbra. Questo è amore! Amore puro!
Ti amo perché desidero incontrare i tuoi occhi e cogliere le vibrazioni della luce, dei nostri pensieri. Questo è amore! Amore puro!
Ti amo perché voglio ascoltare il timbro caldo della tua voce. Dialogare con te, in un contrappunto senza sosta dove le emozioni parlano e ci coccolano. Questo è amore! Amore puro!
Ti amo perché quando non ci sei mi pervade un sentimento che fa vibrare l'aria intorno a me, il mio respiro. In ogni istante in cui ti connetti con me si richiude il nostro cerchio magico. Questo è amore! Amore puro!
Ti amo perché sento la tua mancanza. Perché mi fido delle tue promesse e perché mi hai indicato la strada da seguire. Questo è amore? Amore puro?
Ti amo e aspetto i tuoi messaggini al telefono. Sono felice perché ce ne mandiamo tanti, forse ora un po'meno, a volte non rispondi. Questo è amore? Amore puro?
Ti amo anche se mi par di vivere dentro il manuale delle tecniche seduttive. Se mi guardi prima l'occhio destro, poi il sinistro, poi il naso i tuoi occhi brillano di più. Questo è amore? Amore puro?
Ti amo ma sei ambiguo. AM è la radice di ambiguità. Non ti trovo su questa strada... era quella che ti avevo raccontato io, il sentiero fiorito dove prenderci per mano...
Sono in crisi di astinenza da amore. Questo non è amore.

Caterina Criscione
(profilo Facebook QUI)

Fonte immagine QUI

martedì 21 gennaio 2020

Via de Rosa e il mondo di Maya (di Tiziano Gioiellieri)

Scusami Viale del Rosa per non averti celebrato finora. Cara strada ombrosa e profumata d’estate sei stata mia complice in tardo autunno, partecipe della nascita di un amore.
Scusami Viale del Rosa per non averti mai ringraziato, luogo d’incontro di due giovani anime.
Scusami, piccola Maya, perché arrivavo al nostro appuntamento sempre prima delle tre e mezzo.
Scusami, perché arrivando prima, a metà del Viale, su quel muretto luogo dei nostri primi appuntamenti mi gustavo la tua camminata venirmi incontro.
Scusami perché nel guardarti camminare ti creavo disagio, in quel disagio sguazzavo e manipolavo il tuo giovane desiderio.
Scusami per aver giocato sulla tua bassa altezza (come che qualcuno conoscesse la statura di Dio…) e nel prendermi gioco di te ti abbracciavo per sentire il tuo viso all'altezza del mio petto, involucro di uno dei miei organi sessuali, il cuore.
Scusami per la mano che non ti davo mentre passeggiavamo verso il parco della Volta, verso la nostra panchina. La mia mano che tu cercavi, t’incazzavi e facevi il broncio. Ridevo e la prendevo io, la tua mano.
Scusami per la panchina fredda.
Grazie panchina fredda, così lei mi saliva a cavalcioni.
Scusami tubetto di lucidalabbra alla fragola. Duravi poco, ti mangiavo. Lei ti ripassava sulle labbra e ti rimangiavo.
Scusami freddo e umido parco per essere stato cornice dei nostri primi, dolci, teneri, lascivi baci e abbracci.
Scusami piccola Maya perché la prima volta che facemmo l’amore non era come ti aspettavi.
Scusami ma se vuoi, ringraziami, per aver rispettato i tuoi tempi, aver atteso la tua voglia e dopo due settimane, sul letto dei miei nonni avermi sussurrato: “facciamolo ancora, rifacciamolo, ti amo”.
Scusami per la confusione che poi ti ho creato.
Scusami per i tradimenti.
Scusami per la delinquenza.
Scusami per le droghe.
Scusa per i miei cambiamenti.
Scusami per il tuo desiderio di suicidio.
Scusami per le mancanze di rispetto.
Scusami per le attenuanti dell’adolescenza, per le attenuanti del caso.
Scusami, attenuanti sto cazzo. Niente alibi. La mancanza di rispetto non ha età.
Scusami piccola Maya di Viale de Rosa. Sono stato un giovane innamorato, un giovane amante e un giovane stronzo.
Scusami per le continue prese in giro sui tuoi presunti difetti estetici, era solo un gioco d’amore dove nascondevo le mie insicurezze, come un timido mago.
Scusami perché sei stata la prima e in un certo senso sei stata unica.
Scusami Viale de Rosa, teatro di emozioni vere, scambiate, sguardi complici e lingue calde e intrecciate.
Teatro delle sue lacrime quando la riaccompagnavo, leggere e poco salate, tanto la mattina dopo mi avrebbe rivisto.
Scusami di non averti mai detto grazie del posto in autobus che mi tenevi tutti i giorni.
Scusami Walter, istrione e amico, di non aver mai pensato di mondare il dolore con la scrittura e l’amore.
Scusami Viale de Rosa, a te affido il mio saluto. Esorcizza con me il ricordo di un amore e dolore. Ti lascerò su quel muretto un piatto con buone cose, dolci biscotti, frutta fresca e pane. Qualcuno se ne sazierà. Qualcuno ne gioverà, come ho giovato della tua silenziosa presenza. Nel mondo di Maya.

Tiziano Gioiellieri

Viale de Rosa


lunedì 20 gennaio 2020

DONNA DI EQUINOZIO (di Aldina Sommariva)

Noi donne degli equinozi
noi che viviamo in bilico
tra giorni uguali a notti e notti uguali
alla luce del giorno,
cerchiamo gli equilibri del dolore
scivolando su crinali di buio
noi animali
notturni, e altre nel sole.
Abbiamo dentro, insieme, falco e lupo:
dentro, in ugual misura, notte e giorno.
E fuori, al chiaro, tanta gente intorno.
Ma, vive nella notte, siamo sole.

Aldina Sommariva 



venerdì 17 gennaio 2020

MITOSI (di Aldina Sommariva)

Per amore del mito, della fiaba
mi innamoro e mi sdoppio, la mia mente
si moltiplica in tante menti amanti
figlie di una nevrosi.
E ognuna nasce con la propria vita
frutto di una mitosi mai finita.
Mito ammalato il mio, cronico male.
S’ infiamma il mito in me, e si fa dolente
come un dente cariato ed immorale
Mitosi di un amore andato a male.

Aldina Sommariva



mercoledì 15 gennaio 2020

MATRIOSKE (di Aldina Sommariva)

Tu che hai abbassato la guardia,
attento!
Attento, ti avevo detto fin dal primo giorno,
io colpisco alle spalle.
Non fidarti di me, sono corrotta
dall’aver sopportato troppo amore.
Non pensare, perché sei più avveduto
degli altri, che io sia domata dentro.
Tu ne conosci una,
di me.
Ma sono cento.
Volevi andare al centro,
aprire matrioske e trovar l’ultima,
quella che più non si apre, quella vera.
Quella vera non c’è.
Son tutte matrioske di dolore,
con le loro faccine sorridenti
e tra le mani il fiore di un ibisco.
Ma tutte diverse
e una più cattiva dell’altra.
E più sorrido più mi disunisco
in tante matrioske tutte aperte
che l’ultima hanno perso.

Aldina Sommariva



giovedì 9 gennaio 2020

Li ho sentiti piangere

Stasera meditazione di gruppo al Centro yoga. Abbiamo praticato la Happiness Meditation. E’ un tipo di meditazione speciale. invita alla felicità, viene praticata con sacrificio, attenzione al respiro e, metodicamente, verso il mondo intero, verso quell’inconscio collettivo che è ovunque, non ha spazio, non ha tempo e luogo, è energia. Alla fine della meditazione vibravo, ero connesso con tutto, con tutti, con il vivente e il non vivente, difficile da spiegare, a volte le parole sono un limite. Vibravo e ho sentito i pianti e le grida degli animali bruciati, morti, assetati e affamati in Australia nello specifico, poi ovunque su Gaia. Li ho sentiti piangere e ho provato un dolore aperto, vibrante appunto, un dolore viscerale, ho pianto, dentro e fuori di me. 

E’ stata un esperienza mai provata, potente, inaudita. Nella felicità provocata dallo stato di meditazione ho sentito il dolore. Conosco bene il dolore, per tempo l’ho chiamato “il mio amico dolore”, ci convivevo e me l’ero fatto amico perchè era parte di me, del mio quotidiano, inutile lottarci ancora, lasciai stare e lo accettai, appunto, come un amico. Ma il dolore aperto che ho sentito stasera è stato altro, una roba nuova, non ero felice in maniera canonica (per quello che significa) ero “aperto”. Come ho scritto precedentemente le parole hanno dei limiti, in questo momento si mostrano con i loro handicap, sono solo parole e certe volte non bastano. Il mio cuore e il mio animo sono qui e altrove. Il pianto degli animali risuona e mi vibra dentro. I miei occhi sono umidi, eppure non sento impotenza, non sento disperazione perchè non posso fare altro che mandare la mia energia e il mio “sentire” là, qui, dove vuole andare va. Il mio sentire e il mio amore, la mia gioia e il suono del pianto degli animali sono tutt’uno. Sono dove stanno, è una certezza, è un fatto certo e lo accetto. 

Sono felice (per quello che significa)? Si. Sono disperato (per quello che significa)? Si. Le mie lacrime salate parlano più delle parole e il corpo manda segnali. La mia sensibilità acuita sente il grido di dolore del mondo animale. Ho idealmente abbracciato tutti loro, tutte le femmine e i maschi delle specie animali che piangono. 
Farò attenzione da adesso in poi a nutrirmi di animali morti. 
Piangono e soffrono. 
E non è giusto.
Tiziano Gioiellieri



Print Friendly and PDF