lunedì 27 gennaio 2020

Uno sguardo magico sul mondo (a cura di Andrea Pagani)

Recensione al romanzo di Loriano e Sabina Macchiavelli 

Quando due sensibilità e due cervelli diversi, ma allo stesso modo dotati dell’inconfondibile talento della scrittura, di quella singolare abilità di trascrivere sulla pagina il complesso reticolo delle emozioni, si mettono assieme e decidono di dar vita ad un’opera artistica, ne risulta, nella maggior parte dei casi, un prezioso gioiello di letteratura.

È il caso, senza dubbio, de La bambina del lago (Mondadori, 2019), un originale romanzo firmato da Loriano e Sabina Macchiavelli, che riesce a coniugare in modo armonico e sapiente una complessa varietà di ispirazioni: una detection colta e avvincente, un mistero intimista e gotico, una vena fantasy, un’implicazione civile, una dimensione lirica e visionaria.

In effetti, nella storia del dottor Astorre, medico condotto, che nell’estate del 1930 si trasferisce con la figlia di dieci anni Aladina in un paesino immerso nell’Appennino emiliano, e nelle nuove dinamiche relazionali che s’intrecciano fra i due protagonisti e gli abitanti del luogo (Cleonice, che si occupa della grande casa in cui vanno ad abitare; la rude ostessa Tina; il Podestà, giovane socialista; il Professore, che conosce i segreti del paese), si riconoscono, elegantemente fuse, senza brusche inversioni di rotta, le due anime degli autori: da un lato una vena investigativa, la solida intelaiatura del giallo, una componente d’impegno civile (nella misura in cui, ad esempio, il velo fiabesco e magico, vagamente ironico, che accarezza tutto il libro mette in ridicolo la retorica del regime fascista); e dall’altro lato, la forza lirica, onirica, tenera, evocativa, quasi struggente nella rappresentazione della bambina, Aladina, che dialoga con gli animali domestici, che osserva il mondo impenetrabile della quercia secolare, che pare sia l’unica in grado di aprire la porta della soffitta dove sono custoditi gli oggetti carichi di simbologie arcane della madre.

Ed è proprio attraverso gli occhi di questa bambina, e dell’altro bambino solitario con cui fa amicizia, il Gufo, che le insegna i misteri della montagna e i segreti degli animali (ad esempio, ad accarezzare piano la testa della biscia, in una straordinaria avventura sotto il lago, con il liguarro, tritoni, sardine, serpentelli, lenticchie d’acqua, in uno dei capitoli più poetici e toccanti del romanzo), è attraverso i loro sguardi puri ed incontaminati, contro la logica severa degli adulti, che si svela il mistero profondo nascosto dentro le cose: attraverso lo sguardo dei bambini “strani”, emarginati e incompresi (e forse anche questo un altro tema civile e militante) si conosce la verità del mondo.



venerdì 24 gennaio 2020

LA CITTÀ’ DEL PIANOFORTE (di Caterina Criscione)

Una città, ci resta nei ricordi con qualche suo particolare: le luci all’imbrunire, i colori delle case, il cielo dietro i tetti, le forme, gli odori, gli stili, il clima… Imola si può ricordare, tra le finestre schiuse, per i suoni di tanti pianoforti che, seguiti qua e là, conducono alla Rocca Sforzesca.

Nell’edificio dove sono in bella mostra armi, corazze, attrezzi da guerra e da tortura, mura invalicabili e ponti levatoi che stanno là dal XIV secolo, a ben sentire, dall’angolo più antico e recondito detto Palazzetto, sul cortile che rosseggia in autunno con la meraviglia delle viti americane, dal 1989 è tutto un brulicare di suoni, che lasciano intendere mani solide ed esperte: scale sgranate alla massima velocità, da quei pianisti da corsa che guidano la tastiera come pochi passi più in là, all’Autodromo “Dino Ferrari”, fino al 2006 i campioni di Formula Uno guidavano per vincere il Gran Premio.

Ma chi è stato a portare la musica, che ai tempi di Caterina Sforza, di Leonardo da Vinci, del Valentino Borgia, a Imola era solo fregio e sollazzo di potenti cortigiani, a fare della Rocca la fabbrica dei sogni di centinaia di pianisti provenienti dal mondo?

E’ stato un uomo con Imola nel sangue, che del pianoforte ha fatto il suo trono, il suo scrigno, il suo altare, il suo palcoscenico, il motore di tutte le sue giornate e delle sue notti insonni: Franco Scala. Un uomo cresciuto all’ombra degli alberi del Parco Tozzoni, romantico luogo sulla collinetta appena fuori dalle mura della città, di cui i genitori facevano i custodi. Con il fratello maggiore, Umberto, che componeva e cantava in dialetto una sua canzone, “Iomla bella sité”, abbracciando la fisarmonica.

Le mani concrete di Franco Scala non hanno mai lasciato la terra, anche quando imparavano tra le mura romane dell’Accademia di Santa Cecilia, quando danzavano il liscio col gruppo di Castellina Pasi per sbarcare il lunario, quando egli restò inghiottito dalla decisione di chiudere per sempre la sua carriera di solista in mezzo a un concerto per pianoforte con l’Orchestra Toscanini, neppure mentre firmavano il contratto di docente al Conservatorio Rossini di Pesaro, né mentre aprivano la porta al suo progetto di creare un’accademia pianistica.

Dal 1979, io pianista ragazzina nella classe pesarese che gli ha procurato tanti allori, ho vissuto giorno dopo giorno quel progetto: braciolate con sindaci e assessori davanti a un camino, telefonate e riunioni con i grandi colleghi e i grandi amici, cene al “San Domenico” luogo speciale in centro storico, oggi a fianco dei Musei imolesi, che Romano Visani, l’amico cuoco di Scala fece diventare uno dei migliori ristoranti stellatissimi d’Italia. E poi gli incontri dove tutti noi allievi, ogni mese, passavamo il weekend a suonare ad appassionarci e ad ascoltare i più illustri maestri della tastiera; concerti al Teatro Comunale “Ebe Stignani”, altro gioiello ottocentesco imolese, conferenze stampa nelle sale del Palazzo Comunale, lì sotto l’orologio, che si affaccia sull’affascinante Piazza Matteotti con qualche arco a reminiscenza delle sue origini gotiche ma ricostruito a fine Settecento... e poi le masterclass estive negli ambienti dell’Istituto Tecnico Agrario Scarabelli, altro fiore all’occhiello cittadino, tra i colli imolesi a sud, quelli dei buoni vitigni.

mercoledì 22 gennaio 2020

TI AMO (monologo di Caterina Criscione)

Ti amo perché desidero baciarti. AM! E' la radice di amare! Fonderci con il calore delle nostre labbra. Questo è amore! Amore puro!
Ti amo perché desidero incontrare i tuoi occhi e cogliere le vibrazioni della luce, dei nostri pensieri. Questo è amore! Amore puro!
Ti amo perché voglio ascoltare il timbro caldo della tua voce. Dialogare con te, in un contrappunto senza sosta dove le emozioni parlano e ci coccolano. Questo è amore! Amore puro!
Ti amo perché quando non ci sei mi pervade un sentimento che fa vibrare l'aria intorno a me, il mio respiro. In ogni istante in cui ti connetti con me si richiude il nostro cerchio magico. Questo è amore! Amore puro!
Ti amo perché sento la tua mancanza. Perché mi fido delle tue promesse e perché mi hai indicato la strada da seguire. Questo è amore? Amore puro?
Ti amo e aspetto i tuoi messaggini al telefono. Sono felice perché ce ne mandiamo tanti, forse ora un po'meno, a volte non rispondi. Questo è amore? Amore puro?
Ti amo anche se mi par di vivere dentro il manuale delle tecniche seduttive. Se mi guardi prima l'occhio destro, poi il sinistro, poi il naso i tuoi occhi brillano di più. Questo è amore? Amore puro?
Ti amo ma sei ambiguo. AM è la radice di ambiguità. Non ti trovo su questa strada... era quella che ti avevo raccontato io, il sentiero fiorito dove prenderci per mano...
Sono in crisi di astinenza da amore. Questo non è amore.

Caterina Criscione
(profilo Facebook QUI)

Fonte immagine QUI

lunedì 20 gennaio 2020

DONNA DI EQUINOZIO (di Aldina Sommariva)

Noi donne degli equinozi
noi che viviamo in bilico
tra giorni uguali a notti e notti uguali
alla luce del giorno,
cerchiamo gli equilibri del dolore
scivolando su crinali di buio
noi animali
notturni, e altre nel sole.
Abbiamo dentro, insieme, falco e lupo:
dentro, in ugual misura, notte e giorno.
E fuori, al chiaro, tanta gente intorno.
Ma, vive nella notte, siamo sole.

Aldina Sommariva 



venerdì 17 gennaio 2020

MITOSI (di Aldina Sommariva)

Per amore del mito, della fiaba
mi innamoro e mi sdoppio, la mia mente
si moltiplica in tante menti amanti
figlie di una nevrosi.
E ognuna nasce con la propria vita
frutto di una mitosi mai finita.
Mito ammalato il mio, cronico male.
S’ infiamma il mito in me, e si fa dolente
come un dente cariato ed immorale
Mitosi di un amore andato a male.

Aldina Sommariva



mercoledì 15 gennaio 2020

MATRIOSKE (di Aldina Sommariva)

Tu che hai abbassato la guardia,
attento!
Attento, ti avevo detto fin dal primo giorno,
io colpisco alle spalle.
Non fidarti di me, sono corrotta
dall’aver sopportato troppo amore.
Non pensare, perché sei più avveduto
degli altri, che io sia domata dentro.
Tu ne conosci una,
di me.
Ma sono cento.
Volevi andare al centro,
aprire matrioske e trovar l’ultima,
quella che più non si apre, quella vera.
Quella vera non c’è.
Son tutte matrioske di dolore,
con le loro faccine sorridenti
e tra le mani il fiore di un ibisco.
Ma tutte diverse
e una più cattiva dell’altra.
E più sorrido più mi disunisco
in tante matrioske tutte aperte
che l’ultima hanno perso.

Aldina Sommariva



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