sabato 11 aprile 2020

E’ un attimo cadere (di Maggie e Tiziano Gioiellieri)

Tiziano ha espresso metaforicamente delle emozioni a Maggie, che le ha raccolte, le ha fatte sue e gliele ha restituite in parole scritte. Questo "particolare" ensemble poetico ha partorito questa poesia.

Quando la salita si fa ripida
ho bisogno d'inciampare
di riflettere
di respirare
Basterebbe un attimo per cadere
Rotolo sui miei dubbi
il dolore si conficca nella carne
e il sangue prende fuoco
Ardono le convinzioni
Ed è guerra
Ma sono vivo
ho evitato la morte del cadere
e rinasco sulla voluta sosta
Ad occhi aperti la salita è meno irta
Sono pronto per ripartire




La pellicola sottile (di Alessandra Scisciot)

Una bolla… è il simbolo fisico per descrivere questo fluttuare nell’aria, in una dimensione racchiusa da un’impercettibile pellicola, attraverso la quale vediamo tutto ciò che è fuori, ma ne siamo sottilmente separati. C’è quasi un inganno di normalità - perché il visibile resta quello di sempre - in questa separazione trasparente.
Così, questa mia attuale condizione fluida e sospesa, mi riporta alla fragilità della costruzione del tempo, che nasce per la necessità di scandire, circoscrivere, perimetrare idealmente le cose per collocarle in una struttura mentale, che ci permetterà poi di ritrovarle, ricordarle e metterle in relazione, e dargli un valore.
Il fluttuare sembra annullarlo questo tempo, - che prima ci sfilava tra le dita come sabbia, non bastandoci mai - sembra annullare ogni ritmo, ogni corsa, ogni pretesa. Sembra dilatare tutto, fino quasi a farlo sembrare “eterno”, questo tempo. Quindi un non-tempo.
Mi sono chiesta, quindi, anche di questa coincidenza della pandemia con la Quaresima cristiana, in cui si compie quanto preannunciato dalle sacre scritture, e si conclude un tempo umano con l’apertura di uno squarcio di eternità dell’anima.
La speranza di essere qualcos’altro - che travalichi questa nostra limitata condizione immanente, che mai come adesso, come nei momenti di malattia che ci mettono di fronte ad una vicina o possibile fine - è sempre più presente e incalzante.
Mi rivedo ragazza - quando il sabato di quaresima lo percepii per le prime volte in modo più consapevole e maturo - con quella sensazione di solitudine senza immediata risposta, mentre passavo davanti alle porte delle chiese chiuse. La chiesa chiusa di sabato. Non c’è corpo, non c’è benedizione. Il vuoto dopo l’ultima cena e la morte di Cristo. Quello che provarono anche i discepoli - sgomenti dalla grandezza di quanto profetizzato e quasi impossibile, umanamente, da accettare – provati e privati dall’assenza fisica dell’abbraccio del maestro.
“Accadrà davvero?” – si chiedevano dentro di sé. Cosa sarebbe stato o sarebbe il mondo senza questa speranza di resurrezione? Sarebbe il vuoto lasciato dalla porta di questa chiesa chiusa, chiesa che non è fatta per essere chiusa. Sarebbe un luogo dello “stare insieme” che non lo è più, senza la presenza di Dio.
Questo senso di profonda solitudine mi colse come non immaginavo potesse essere.
Così porto con me questo vissuto della porta della chiesa chiusa del sabato santo, un tempo sospeso tra la morte e la speranza umana di resurrezione.
In quella Resurrezione c’era una promessa, che avrebbe dovuto renderci certi, e non solo speranzosi, in quel momento di sospensione in una bolla.
La bolla diventa allora il necessario momento di passaggio, di metamorfosi, di cambiamento delle mie fragili certezze umane in nome di una certezza vera, di un credo che, unico, potrà essere il motore di un nuovo agire. Il cambiamento ci è richiesto, perché serve a farci travalicare questo trasparente perimetro tra la speranza e la fede, tra la paura e l’attesa certa, tra la consapevolezza e l’azione.
Ecco.
Tutto, in questi giorni di separazione fisica dagli amici e dagli affetti più cari, mi fa pensare a questa pellicola trasparente, come quella dei tubi in cui portano in ambulanza i malati di covid-19, quella delle visiere che separano gli occhi dei medici da quelli dei pazienti, la madre dall’abbraccio al figlio. Una pellicola necessaria perché protettiva, ma anche istruttiva e che in questa nuova e contingente situazione storica attraversiamo solo visivamente, ma a breve diventerà daccapo qualcosa di meravigliosamente e necessariamente fisico. Noi lo dobbiamo credere, non solo sperare. Questa pellicola che ci separa, questa tuta, questa mascherina che ci nasconde il sorriso, che sembra togliere anche patria alle parole, è una pellicola che ci farà rinascere: nella certezza di quello che avremmo dovuto essere e potremo ancora essere nei giorni che seguiranno, di quello che non siamo stati capaci ancora di essere ed ora ci appare chiaro e lampante, di quello che ora dobbiamo perdonarci perché qualcuno, morendo, ci ha già perdonato. Di quello che avremo imparato da questa separazione in questa bolla e che avremo il dovere di far diventare novità quando questa bolla sarà scoppiata.
Allora potremo ritornare nello stesso mondo che vedevamo dietro questa pellicola, dietro i vetri delle nostre case, dietro le tende di plastica degli ospedali, e dal quale siamo stati temporaneamente separati, ed amarlo e rispettarlo come non siamo stati mai capaci di fare, sperando di trovarlo ancora benevolo.

Alessandra Scisciot
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CITTA’ VUOTA ( di Elisabetta Turricchia)


Citta di Imola  (Foto by Tiziano Gioiellieri)

La città è piena di vita, brulica di persone che passeggiano per le vie del centro spensierate, guardano le vetrine e si soffermano a parlare tra di loro. I ragazzi brindano con calici di vino bianco accordandosi per gli appuntamenti del fine settimana. Le grida felici dei bambini che giocano a palla o si spingono sull’altalena nel parco si perdono portate lontano dal fresco vento primaverile.

Buio. Silenzio surreale. La sirena di un’autoambulanza risuona nella notte.
Una poi due poi tre poi quattro poi ancora e ancora.
E’ tempo di cambiare il domani di sempre.
Ragnatele tessute da ragni invisibili avviluppano la città.
Serrande abbassate, esercizi chiusi, aperti solo i negozi che forniscono beni di prima necessità e farmacie.
Poche sagome umane camminano come automi distanti tra loro. Ombre al calar della sera. Difficile distinguere tra di essi gli amici, tutti sembrano sconosciuti nascosti dietro alle mascherine che nascondono i lineamenti dei volti. Una vita nuova da costruire giorno dopo giorno dentro alle pareti domestiche. Casa, dolce casa.
Un mondo diverso, uno sguardo diverso. Leggere un libro dimenticato sopra uno scaffale, abbandonato da tempo immemorabile con la vaga promessa “ti leggerò”, ascoltare quel vinile dei Beatles che ricorda gli anni settanta, quando si ballavano i lenti guancia a guancia con la ragazza del momento, disegnare con una matita i tratti di un profilo, tutto pur di rompere il silenzio della solitudine.
Godere delle cose semplici e sincere. Ritrovare il gusto dei movimenti lenti, senza orari da rispettare, ogni cosa senza fretta.
La minaccia è subdola, penetra dentro e distrugge storie di vita.
Storie diverse per ognuno di noi.
E’ presto, la lotta continua inesorabile con forza e tenacia. Un giorno finirà e come nei tempi passati l’intelligenza, la determinazione domineranno il nemico invisibile.
Nuovamente l’umanità riemergerà per abbracciarsi, baciarsi e sorridere a denti scoperti senza più maschere, almeno quelle di stoffa.

Elisabetta Turricchia 
(Facebook QUI)
nata a Imola il 10 Agosto 1956 abita a Imola e svolge l’attività di educatrice con i bambini disabili per conto di una cooperativa sociale del territorio. Dopo molti anni è riuscita ad esaudire un desiderio che aveva sin da bambina ovvero quello di scrivere un libro. Ha pubblicato “Storie sul divano”, una raccolta di 25 racconti brevi edito da Editrice Mandragora e “I Racconti di Betta” edito dalla casa editrice CTL di Livorno, un libro che contiene 15 racconti di diversa natura. Inoltre alcuni suoi racconti sono stati inseriti nel terzo volume di “Racconti a Tavola”, nel secondo volume di “Racconti Sportivi” e nel secondo volume di “Racconti Emiliano Romagnoli” editi da Historica.

venerdì 10 aprile 2020

CORONA VIRUS 2020 (di Caterina Criscione)

Rende giustizia alla vita

la morte ingiusta che si annida

e reca amore al nostro nido.

Quanto rafforza il pensiero

un corpo debole all'isolamento

e ci protegge così umani.

Semplifica la libertà

sciogliere la morsa mercenaria

e ci riscopre già più ricchi.


C.C. (Facebook QUI

(da "Ottimismo cosmico, 2020)



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