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venerdì 7 febbraio 2020

UNA STORIA DI CEGNI (di Aldina Sommariva)

CEGNI CARNEVALE BIANCO 2016


Eccola lì, nella foto del 1960, la bisnonna Maria Maddalena, detta Pulagia per il suo commercio di polli, come la ricordo ancora: una vecchiettina minuta, tutta vestita di un nero che contrastava con la chioma bianchissima e ancora folta. Era morta l’anno seguente, la Pulagia, proprio nel giorno in cui era nata una delle mie sorelle: giorno allo stesso tempo di dolore e di gioia per la mia nonna materna.
Della bisnonna noi bambini sapevamo solo che era nata a Cegni, nella Val Staffora, nel 1878, e che da quando aveva diciannove anni aveva sfornato figlie, una dopo l’altra, fino al 1905: le tre più grandi erano sopravvissute, poi altre quattro, due coppie di gemelle, non ce l’avevano fatta. Nate troppo piccole da quella donna provata dalle fatiche e dalla malnutrizione, erano vissute solo un paio di giorni. Ma in quel paesino isolato da tutto, lassù dove l’Appennino si alza sopra il crocevia fra quattro regioni, la Lombardia, il Piemonte, la Liguria e l’Emilia, la morte di un neonato era qualcosa da mettere in conto. Si piangeva un po’, poi si rimboccavano le maniche e anche le puerpere non tardavano a tornare sui monti per riportare alle stalle l’erba da far seccare e conservare per l’inverno. La morte di una mucca sarebbe stata un guaio molto peggiore. 
Ma la Pulagia non aveva nemmeno una mucca: lei sui monti ci andava soltanto per aiutare il marito a riportare alle stalle le mucche di qualche compaesano più fortunato, cosa che il bisnonno Giuseppe faceva per pochi spiccioli. Non avevano terra, i due sposini: solo una piccola aia dove allevavano qualche pollo, per venderlo. Per loro, la carne era un cibo proibito: ne potevano mangiare un po’ soltanto il giorno della Madonna d’Agosto, invitati da qualche parente.
Venne un giorno in cui Giuseppe, dopo tante incertezze, si decise a parlare con Maria Maddalena. Lo fece nel tepore del loro letto, unico luogo di tutto il loro mondo in cui d’inverno riuscivano a non sentire freddo, abbarbicati l’uno all’altra. In un letto più piccolo, accanto al loro, dormivano le loro tre bambine, messe per traverso. Giuseppe parlò piano per non svegliarle.
“ Lena – disse – bisogna che io parta: sai che da Fego e da Negruzzo partono il mese prossimo due ragazzi per l’Argentina. Bisogna che vada anch’io: qui non ce la facciamo più e rischiamo di morire di fame, noi e le bambine. Là c’è lavoro, dicono. Non starò via per sempre: giusto qualche anno in modo da metter qualcosa da parte: non mi terrò quasi niente per me, ti manderò praticamente tutto quello che riuscirò a guadagnare, così tu e le bambine riuscirete a vivere un po’ meglio”.
Le lacrime che rotolarono dagli occhi di Maria Maddalena quella notte bagnarono le lenzuola e nel freddo non si asciugarono fino alla mattina. Ma anche lei sapeva che non c’era altro da fare.
Giuseppe partì il mese dopo, in un freddo febbraio: raggiunse Varzi a piedi, e da là proseguì con alcuni altri ragazzi poverissimi alla volta di Genova. Il viaggio in nave veniva pagato dai futuri datori di lavoro, latifondisti argentini che li avrebbero utilizzati nelle pampas come braccianti: altro, nessuno di loro sapeva. 
La Pulagia rimase nel paese con le sue bambine: la prima lettera di Giuseppe arrivò dopo tre mesi, insieme con un vaglia che il prete del paese la aiutò a depositare in un libretto di risparmio. 
Ogni tre o quattro mesi arrivavano alla bisnonna quei soldini tanto sudati, insieme a poche righe in cui il suo sposo le diceva che tutto andava bene, che la fatica era tanta ma che si consolava pensando sempre a lei e alle bambine. Le lettere, alla Pulagia, le leggeva il prete. In paese solo Giuseppe, oltre a lui, sapeva leggere e scrivere (aveva imparato in chiesa, dal prete stesso, perché era il bambino più intelligente dell’alta Val Staffora). Maria Maddalena metteva da parte i soldi e non li spendeva mai, le sembrava quasi un sacrilegio. Cercava di arrangiarsi come aveva sempre fatto, con qualche ovetto e un po’ di formaggio alla domenica, e negli altri giorni pane e cipolle. Per fortuna le bambine erano sane e crescevano. Lei pensava alla faccia che avrebbe fatto Giuseppe al suo ritorno, quando lei gli avrebbe mostrato il suo gruzzolo ancora intatto, e sorrideva. Magari avrebbero potuto comprare un fazzoletto di terra, una mucca… Sarebbero vissuti bene, e finalmente insieme per sempre. E ogni volta immaginava che la prossima lettera di Giuseppe le avrebbe annunciato il suo ritorno.
Ma passarono mesi, e i mesi diventarono anni, e dopo nove anni Giuseppe era ancora in Argentina. Poi venne la Grande Guerra, e le lettere non arrivarono più.
Fu nel 1916 che la Pulagia decise che doveva cambiare qualcosa: nel paese erano rimaste quasi solo donne e qualche vecchio, la povertà stringeva tutto in una morsa desolante. Nessuno riusciva più a trarre cibo a sufficienza dai raccolti che la mancanza di braccia maschili aveva reso sempre più magri, e c’era chi moriva di stenti. Ormai le figlie della Pulagia erano delle ragazzette, ed erano già partite per andare a servizio a Milano. Anche loro mandavano qualche soldino alla loro mamma: lei li metteva da parte per il loro corredo e ogni tanto comprava a Casanova le pezze di tela con cui fare lenzuola e camicie, che lei stessa cuciva e ricamava. Ma qualche lenzuolo e qualche camicia non bastava: per fare la dote a tre ragazze da marito ci volevano molti più soldi di quelli che le figlie le inviavano. Un giorno, però, il vecchio venditore di stoffe dal quale ogni tanto si recava morì, senza lasciare eredi diretti visto che era vedovo e l’unico figlio era morto in guerra. I suoi lontani parenti decisero di svendere la mula con cui il vecchio era solito percorrere la Via del Sale, e la Pulagia fece un’offerta, che venne accettata seppure bassissima. Nessun altro voleva intraprendere quel lavoro: le donne rimaste nei paesi dovevano badare ai figli, alle mucche e ai campi. Soltanto la Pulagia era sola. Così iniziò quel lavoro che la mia bisnonna avrebbe fatto per tanti anni. Caricata la mula con le merci (polli vivi, uova e formaggi) che le donne di Cegni le davano da vendere, la Pulagia partiva ogni settimana per Genova, percorrendo sui monti la Via del Sale al ritmo di circa 30 chilometri al giorno. Ci metteva poco meno di tre giorni, camminando a fianco della mula carica. Marciava per quasi dodici ore al giorno, dalle cinque di mattina fino alle quattro del pomeriggio, fermandosi solo una mezz’ora verso le undici per mangiare un pezzo di pane e formaggio. Nei paesi dove faceva tappa (anche per dormire in qualche stalla) vendeva le sue merci. Arrivata a Genova, acquistava col ricavato le pezze di tela e stoffa che poi avrebbe rivenduto, strada facendo, in ogni luogo abitato dove doveva tornare a passare. Ricaricava la mula e ripartiva per tornare a Cegni, dove la domenica andava alla Messa e si riposava un po’, come comandava il Signore.
Non aveva paura di niente e di nessuno, quella donnina minuta. Né dei lupi né dei briganti che poteva incontrare sulla sua strada, tantomeno della fatica. Alla partenza si faceva il segno della croce e si affidava a Dio. Un ragazzino del paese dava da mangiare ai suoi polli durante la settimana: al suo ritorno lei lo ricompensava con un regalino dalla Liguria: un barattolino di pesto, un cartoccio di sale, quando andava bene una bottiglietta d’olio. 
Così continuò la sua vita su e giù per i monti per anni. Di morire, in fondo, non aveva troppa paura, perché da quando non aveva più avuto notizie di Giuseppe, le sembrava che la vita non avesse più molto senso. Le sue figlie erano ormai adulte: le prime due avevano sposato due bravi ragazzi ma abitavano lontano, nella pianura dell’Oltrepò pavese. L’ultima ancora faceva la cameriera a Milano, presso una famiglia di signori. La Pulagia era contenta per loro, ma non le vedeva mai. Aveva cominciato a confidarsi con la mula, e ogni tanto cantava qualcosa insieme agli uccellini dei boschi. Conosceva ormai a memoria i sentieri che percorreva. La guerra non la toccava più di quello che aveva fatto fino a quel momento la miseria. Le battaglie si combattevano lontano da quei luoghi che nessuno trovava appetibili. Si era così abituata alla solitudine che, quando arrivava a Genova, la città le faceva paura. E persino i paesi dove faceva tappa le davano un po’ fastidio: tutta quella gente che parlava a voce troppo alta.
Passò la guerra, passò quasi tutto il 1919. Le poste, anche con i paesi dall’altra parte del mondo, ricominciarono a funzionare. E quando ormai le giornate avevano iniziato ad accorciarsi, e la Pulagia cominciava a pensare a come sarebbero stati gelidi i monti nell’inverno, a Cegni arrivò un giorno una lettera di Giuseppe: era vivo, non si era mai dimenticato di lei e delle figlie, e stava per tornare.
Maria Maddalena ebbe la notizia dal prete: il vecchio parroco la vide impallidire e piegarsi un po’ come se le ginocchia non la reggessero. Poi si toccò un attimo i capelli ormai più bianchi che grigi, gli occhi le si inumidirono un poco e un improvviso rossore le si diffuse sulle guance. Guardò il prete timidamente e sussurrò una domanda: “ Mi vorrà ancora?”.
A 41 anni, la Pulagia aveva ancora nelle gambe la forza di uno stambecco, ma il suo viso aveva tante rughe e sapeva di essere vecchia. I capelli li teneva sempre coperti da un fazzoletto nero, e nero era sempre il suo vestito, sia quello che usava d’estate sia quello per l’inverno. Solo uno scialle, che portava la domenica, aveva qualche fiore che spiccava con un po’ di colore sullo sfondo sempre nero.
Il giorno in cui Giuseppe arrivò al paese, il 18 dicembre 1919, le sue vicine avevano voluto pettinarle i capelli con cura, attorcigliandole la lunga treccia grigia sulla nuca, e le avevano detto di non mettere il fazzoletto ma di indossare lo scialle anche se non era domenica. Lei avrebbe voluto coprirsi quei capelli di cui si vergognava, però non volle offenderle, così stette ferma sulla piazza del paese, in mezzo alle altre donne che le facevano coraggio, finché non si vide spuntare sullo stradone che veniva da Casanova un crocchio di uomini.
Vide, in mezzo a loro, un uomo anziano che non riconobbe subito. I capelli e i baffi erano grigi, l’andatura un po’affaticata; solo dopo qualche secondo capì che era Giuseppe: si specchiò negli occhi di lui, gli occhi di un uomo intimidito, e si fece forza. Fu lei la prima a tendergli le braccia. Poi scoppiarono entrambi in un pianto dirotto, lui col suo viso di anziano nascosto contro lo scialle di lei.
Quella notte, Maria Maddalena e Giuseppe trovarono strano coricarsi nel loro letto, quasi come se ci si dovessero infilare con un estraneo. Giuseppe parlava in uno strano italiano, ormai, costellato di parole spagnole. Erano passati tredici anni dall’ultima volta in cui si erano visti, ed entrambi si erano abituati alla solitudine. Ma si tennero per mano, e anche se non riuscirono a dormire, quella notte fu la più bella della loro vita.
Verso l’alba, iniziarono a parlare e a raccontarsi tutto quello che avevano passato in quel tempo quasi infinito. E la settimana che seguì, quella precedente il Natale, fu una settimana meravigliosa: i due sposi ebbero il tempo di ricominciare a conoscersi prima che, alla Vigilia, le loro tre figlie salissero a Cegni per rivedere il padre e festeggiare il suo ritorno ancor più della venuta di Gesù Bambino. Fu festa grande, quell’anno, in paese. Nella chiesetta dedicata a Maria Annunziata il Bambino di terracotta fu depositato nella sua mangiatoia proprio da Giuseppe, e la famiglia finalmente riunita fece un pentolone di ravioli al brasato come mai ne avevano mangiati.
Nonostante i loro capelli quasi bianchi, Giuseppe e la Pulagia riuscirono ancora ad avere tre figli, dopo essersi ritrovati. Uno nacque la sera di san Silvestro del 1920, l’altro nel 1922 e infine, l’ultimo, nel 1924. Fu un caso rarissimo, per quei tempi, che una donna partorisse un figlio all’età di 46 anni. Ma i bambini erano sanissimi, e tutti maschi. 
Giuseppe aveva comprato un po’ di terra e due mucche, ma la Pulagia aveva voluto continuare a vendere le merci percorrendo la Via del Sale, perché le mancavano troppo i suoi sentieri sui monti. Non lo faceva più tutte le settimane, ma una volta al mese. Il penultimo dei suoi figli nacque mentre era in viaggio con la mula, perché non aveva previsto che il parto anticipasse di due settimane il termine che aveva calcolato. Si accovacciò ai bordi del sentiero, senza emettere un grido, e quando il bambino si posò sull’erba, tagliò il cordone ombelicale con le forbici che usava per le stoffe, mise il neonato in una delle ceste sulla groppa della mula e se lo portò a casa.
Non ho mai conosciuto il mio bisnonno, che morì prima della seconda guerra mondiale, nel 1939. Ho una sua fotografia, in piedi vicino alla bisnonna, e un’altra del 1931 in cui si vedono i due sposi ormai anziani, circondati dalle tre figlie, tre donne adulte, e da tre bambini che si assomigliano tutti. Ma della Pulagia ho anche quella foto scattata da mio padre nel 1960, dove io sono in piedi accanto a lei. Siamo sull’aia, e sullo sfondo si vedono tanti alberi e i monti in lontananza. Io ho in mano un coniglietto, uno di quelli che allevava in quei suoi ultimi anni, e sorrido col viso rivolto verso di lei. Lei fissa qualcosa di indefinito davanti a sé, con uno sguardo pieno d’amore. Non credo che stia guardando la macchina fotografica. Credo piuttosto che stia aspettando qualcosa, o qualcuno, lì in mezzo alla natura dei suoi monti: forse Giuseppe, che deve venire a prenderla per portarla ancora una volta via con sé, a dorso di mulo, in un viaggio infinito.  

Aldina Sommariva

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