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sabato 23 settembre 2017

Matematica e religiosità del tennis (di Andrea Pagani)

IN OCCASIONE DEL  COMPLEANNO DEL PAGANS ECCO IL RACCONTO SUL TENNIS LETTO DURANTE IL READING LETTERARIO A PALAZZO SERSANTI A IMOLA

dedicato a David Foster Wallace
Cosa c’è di più bello che una sana partita a tennis, senza complicazioni, alla luce spensierata di un sabato pomeriggio, dopo la scuola?
È il 13 maggio 1983.
Venerdì.
Ma non è un venerdì qualsiasi.
È il venerdì dell’allenamento prima del torneo di tennis.
Il torneo regionale Fit, under 17.
Nella mia città sono già campione nella categoria juniores e mi hanno convocato per domenica mattina a Bologna. Se supero i regionali vado a Roma, ai nazionali.
L’emozione fermenta sotto la pelle, come un bruciore che mi infonde uno stato di ebbrezza ed eccitata inquietudine.
L’allenamento di oggi è decisivo.
Il coach ha parlato chiaro, puntandomi dritto negli occhi.
Devo mettere a punto alcuni fondamentali, perfezionare certi colpi, seguire la pallina col corpo, concretizzare la chiusura dello scambio.
Ok, troviamo la concentrazione.
È uno splendido pomeriggio, bagnato dai colori turchesi d’un preludio di tramonto.
Nell’aria tersa c’è un carezzevole odore di primavera, di gelsomino e fiori in rigoglio, un intreccio di suoni disparati, il rombo del traffico, lo stridio di pneumatici sull’asfalto, il cigolio di un cancello, il fruscio del vento.
Colpisco la pallina con inusitata potenza, servizio, dritto, rovescio, scendo a rete, volèe di dritto, volèe di rovescio, chiudo il punto. E poi ancora. Serve & volley. Rovescio in slice. Rovescio in back. Dritto in top. Backspin, topspin. Movimento dello swing del dritto. Servizio, dritto, rovescio.
Ma quanto sono forte!
Momenti favolosi, gravidi di trasporto, sudati di un’estasi eccezionale, ricchi di un rapimento festoso, gonfi di un’euforia che non si potrà più ripetere.
Sento tutta la libertà della mia adolescenza.
Un impeto infiammato sulla pelle, che non tornerà mai più.
Ma è solo questo?
È solo questa l’invincibile dipendenza dal gioco del tennis?
O c’è qualcosa di più profondo?


Comincio, oggi, dopo tanti anni, a capirne il motivo.
Fin da piccolo, quando imparai a giocare a tennis verso la fine dell’infanzia, a Ferrara, su un rudimentale campetto di cemento nel cortile dietro casa (un fatiscente campetto condominiale, che era messo a disposizione gratuitamente per i residenti del quartiere, con le buche per terra e una consunta rete sbrindellata), credo di aver avvertito, inconsciamente, la magica seduzione di quel gioco.
Qualcosa che aveva a che fare non solo con l’agonismo, ma anche con l’intelligenza, la matematica, il cuore, lo spirito, la religiosità.
Per vincere a tennis non basta avere talento atletico e tonica fisicità. Occorre anche una strana propensione per la matematica intuitiva.
Richiede una mente geometrica, l’abilità di calcolare le angolazioni di battuta e di risposta.
Io non ero particolarmente robusto né alto né veloce (o almeno lo ero molto meno dei miei avversari) ma possedevo quella che, tecnicamente, si chiama visione di gioco.
Col mio fisichino smilzo, un petto da piccione, un torace concavo e i polsi sottili che ci potevo infilare i braccialetti delle ragazze, facevo correre per tutto il campo il mio avversario, perché leggevo il rettangolo di gioco come un terreno di scacchi, una funzione matematica, un luogo in cui tracciare diagonali, angoli acuti, traiettorie spigolose e improbabili.
Mi sentivo a mio agio in quel rettangolo di 23,77 x 8,23 metri, coi suoi angoli precisi e gli spigoli ben tagliati. Sentivo di dominarlo.
Ad esempio, se il mio avversario serviva una palla tagliata esterna e accennava ad una discesa a rete, io dovevo pensare in anticipo, con estrema rapidità e decisione, e scegliere su una serie n di colpi, dove n è una funzione iperbolica limitata dal seno della bravura dell’avversario, con quale colpo rispondere: se tentare un lungolinea dalla parte opposta, se riuscire in una smorzata così da mettergliela sui piedi, se provare un contropiede, se alzare un pallonetto tagliato e rasente alla sua testa da scavalcarlo e non consentirgli l’attacco.
Insomma, se non riesci a leggere lo schema di gioco con un’attitudine matematica, è meglio se ti dai all’ippica.
Ma è anche un terribile gioco di mente e di cuore.
Tu sei da solo in campo. Non hai neppure il coach che ti rassicura.
Sei lì, da solo, a decidere, a fare i conti coi tuoi nervi, a controllare le emozioni.
Devi essere consapevole dei tuoi limiti e delle tue risorse, di quanto rischio puoi prendere in uno scambio medio-lungo a fondo campo: posso resistere ancora? Devo chiudere il punto? Devo tentare una palla corta o reggo sulla linea di fondo? Devo invertire la diagonale di gioco?
Solo tu, lì da solo, puoi dare una risposta a queste domande, tant’è che l’avversario, alla fine, dall’altra parte del campo, non è più una precisa persona. Diventa invisibile. Così che tutto si trasforma in un gioco contro te stesso. Coi tuoi limiti, con le tue risorse, col tuo cervello.
Un tremendo gioco mentale.
Ma c’è ancora altro.
C’è ancora l’aspetto spirituale del tennis, la sua religiosità.
Quello che vorrei definire il momento dell’essere.
Ci sono situazioni, quando scopri un buco nel campo avversario, individui la traiettoria che può prendere la pallina se s’infila in quel corridoio e senti che stai chiudendo il punto, ecco situazioni in cui sei colto da una vertigine, il sangue ti arriva alla testa, le pulsazioni ti martellano le tempie, un brivido ti scivola giù per la schiena. E ti vedi da fuori. È un momento in cui tutto si ferma. Una illuminazione fuori dalla storia. Un incontro fra tempo ed eternità.
Sono passati molti anni da allora.
Ho dovuto abbandonare il tennis agonistico, dopo i vent’anni, per dedicarmi ad un altro insopprimibile richiamo.
Una urgenza che bruciava e non potevo rinnegare.
E in questi anni ho provato a spiegare al tennis (che non è un gioco, ma una creatura, un’entità vivente) ho provato a spiegargli che anche nella scrittura esistevano le stesse meraviglie: il fascino per la matematica, l’abilità della mente, il palpito del cuore.
C’era la stessa religione.
La stessa idea dell’attimo come unità fondamentale che contiene la pienezza della vita.
Ma il tennis non mi ha mai perdonato.
E aveva ragione. Una vocazione non va mai tradita.

Va sempre religiosamente coltivata.

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