venerdì 6 ottobre 2017

-A-

Se non fossi solo
Tua madre,
forse neppure mi parleresti
laggiù in quel fragile impero
di silenziosi aliti ebbri
che sormontano della giovinezza, i colli spensierati.
Come una mattina perenne,
una fosca brina di corallo
avvolge il mio sguardo
immerso nel tuo mare mosso
e vorrei vedere oltre
eppur mi sfuggi spumeggiante
nel verso del tuo volo,
dapprima esile, poi scuro
come piombi.
Non fossi stata che tua madre
forse neppure un sorriso
sguainato dalla fondina
dell'era di morbida creta,
m' avresti lanciato;
eppur son solo tua madre
e mi basta nell'amore.
A



Non dirmi che hai paura

In accordo alla bella iniziativa che ha intrapreso la nostra associazione con i ragazzi di Santa Caterina, invito tutti a leggere lo stupendo libro di Giuseppe Catozzella, "io non ho paura". Vi aiuterà a capire tanto sulla realtà di molti di quei ragazzi. Vi lascio qui sotto una mia recensione/considerazione del libro; spero vi piaccia.

"Emozione, desiderio, sorrisi, ma allo stesso tempo tristezza, ricordo e riflessione... Questo è 'Non dirmi che hai paura'. Il tutto proposto dagli occhi di Samia, ragazza somala che tenta di inseguire i suoi sogni, seppure contrastati da innumerevoli ostacoli; ostacoli davanti ai quali forse ognuno di noi si sarebbe fermato e si sarebbe lasciato bloccare dalle difficoltà che il proprio Paese gli poneva davanti. Ma noi non siamo Samia.
Il suo sogno era correre, essere la più veloce di tutte. Sfruttare quel vento che sin dai primi anni Alì, il suo migliore amico ed il suo primo allenatore, le diceva di cavalcare per arrivare il più lontano possibile. La guerra non le faceva paura, non perché le desse poco peso, ma perché la passione che coltivava aveva il potere di sovrastare qualsiasi cosa, a volte anche lei stessa; tant'è che il suo sogno voleva raggiungerlo proprio nella sua nazione.
Nel pensiero di Samia niente poteva fermarla, dalla discriminazione al burqa, dalle persecuzioni agli spari; tutto nella sua giovane mente non poteva averla vinta sul suo obiettivo di diventare il simbolo delle donne somale. Ma la guerra è fin troppo forte, capace di portarle via i rapporti migliori e persino il suo 'aabe', l'uomo che le aveva insegnato tutto e che era la più forte motivazione di ogni suo passo, la sua base, il suo sostegno. Così anche la più grande guerriera, come la definiva aabe, che lottava e correva per la libertà, fu costretta ad arrendersi ed ad affrontare ciò che fin da subito voleva evitare ed al quale non si sentiva di appartenere: il viaggio. Un'esperienza logorante, che porta in tutti i suoi tratti la fatica di riconoscere sé stessi. Un punto nel quale sorge la paura che in fondo tutto sia solo un sogno, che niente di ciò per cui si è combattuto sia effettivamente realizzabile. L'obiettivo era di arrivare al mare, il mare che Samia ammirava da lontano sin da bambina; quel mare che per lei era fonte di desiderio, ma anche di tanta insicurezza.
La guerra costituisce lo scenario predominante della storia; tutto inevitabilmente deve dipendere da quello che viene imposto dal sistema del Paese. Una realtà complicata da accettare, una realtà che è più difficile fermare che iniziare. Il libro riesce così a darci un'immagine drammatica di una parte del mondo in cui viviamo, in un periodo nel quale la guerra è un'aspra realtà quotidiana in diversi continenti. La domanda che viene spontaneo porsi è: perché? Perché tutti gli interessi vanno a confluire in una guerra? La risposta purtroppo non esiste. Il combattersi a vicenda sembra quasi il processo naturale dell'uomo, dettato dall'ignoranza, dal non conoscere; un processo per arrivare ad un equilibrio che forse è impossibile da raggiungere. Così Samia e aabe considerano la guerra come qualcosa per la quale è meglio far finta di non aver paura, per fare in modo che non diventi parte di noi stessi e ostacolo dei nostri desideri. Samia, come ognuno di noi, rincorre i propri sogni, obiettivi necessari per migliorarsi giorno dopo giorno. Un sogno alla ricerca della propria felicità e della serenità di un intero paese che lei rappresenta. Un sogno per cui combattere in ogni momento, con ogni fatica, con ogni briciolo di speranza che rimane, con la consapevolezza che non sempre può essere realizzabile.
Così Giuseppe Catozzella riesce a farci riflettere su diversi temi, su contenuti che appartengono non solo a Samia, ma anche ad ognuno di noi. Tutto racchiuso in una storia vera di una ragazza somala che combatte per il suo futuro, che lo stile delicato, dolce e sensibile dell'autore riesce a rappresentare appieno. Una storia capace di emozionare, di farci mettere una mano sul cuore ed allo stesso tempo di lasciarci tante domande nella mente. Una ragazza il quale sorriso ed desiderio sovrastano ogni cosa pur di arrivare fino in fondo, portando con sé le proprie emozioni; speranze racchiuse tutte in poche parole, ribadite da Mannaar, la nipotina di Samia, con la leggerezza che solo una bambina può avere: 'Non dirmi che hai paura' ".

Andrea Ricci

Nightmare's diary pt 1

Era l’ennesima sera tranquilla e nebbiosa, ma indubbiamente quella che Dina avrebbe ricordato di più.
Passeggiava con due amici dai volti lunghi ed ombrosi, non avrebbe saputo neanche dire i loro nomi, ma lo sapeva, lo sentiva che erano suoi amici. Di quelli veri, che si sarebbe portata dietro tutta la vita, di quelli fidati. Lo sapeva che era così. Ma in quel momento, in quella sera, non sarebbe stata capace nemmeno di dire i loro nomi.
Passeggivano lungo un viale illuminato tenuamente da vecchi lampioni. Era tutto tranquillo e silenzioso, solo i passi sull’asfalto rompevano la quiete. Ma il loro era un silenzio d’intensa. Certe amicizie non hanno bisogno di costante intercomunicazione.
Quella mattina, dopo esser usciti da scuola tutti e tre insieme, avevano deciso di percorrere una strada di ritorno alternativa, così, per cambiare.
Avevano quindi oltrepassato la scuola dal lato destro, invece che dal consueto sinistro, allungando la strada di una decina di minuti.

“No”, aveva pensato Dina, “la mamma non si arrabbierà anche se tarderò.”

Avevano attraversato un bel parco in cui i colori autunnali risaltavano: al loro passaggio, accompagnato dal vento, venivano seguiti da leggere foglioline gialle e rosse, calde dell’ultimo sole. Chiaccheravano allegramente, discorrevano di scuola prendendo in giro quel nuovo professore un pò goffo, e che forse era troppo buono per una classe come la loro. Oppure rimanevano in silenzio, ognuno assorto nei suoi perchè, nei suoi per come, nei suoi niente.
Dina continuava a cercare di focalizzarsi sul viso di uno dei due amici, ma proprio non ci riusciva. Era come se quella mattina non fosse più capace di ricordare nomi e volti. Mentre si concentrava su questo pensiero, il paesaggio aveva abbandonato il parco per dedicarsi a zone di abitazioni disabitate. Case e capannoni dai vetri rotti, macerie sui giardini, carcasse di autovetture arrugginite a fianco degli stabili, alle quali immancabilmente mancavano le ruote, i sedili, il cofano...
Erano profondamente assorti da questo paesaggio, che mostrava loro una zona surreale e sconosciuta della dolce cittadina. Possibile che non si fossero mai accorti di un posto così?
In fondo alla strada si stagliava un lungo casolare da industria, monopiano e dal tetto basso ed orizzontale. Le finestre, man mano che si avvicinarono, erano rettangolari e strette, tutte parallele e dai vetri opachi di polvere. Particolarmente curiosa era l’entrata: mancava della porta a doppio battente, era solo un buco vuoto che dava sul buio leggermente illuminato dalla luce delle finestre. Rallentarono un poco per sporgersi dalla strada e curiosare verso quella voragine.
Dina si trattenne sul marciapiede, qualcosa le suggerì di non avvicinarsi troppo.
I due amici intraprendenti avevano invece varcato il cancello aperto, si addentravano nel giardinetto di cemento, osservavano verso la porta. “Cosa gli suggerisce il cervello?” pensava la ragazza.

mercoledì 4 ottobre 2017

Le vedove immortali (di Michele Castellari)

A Imola, come ancora in tanti comuni della mia provincia, esiste l’abitudine di attaccare in più punti della città manifesti listati a lutto, contenenti i necrologi delle persone scomparse.

E’ il cifrario accorato e partecipe delle piccole comunità, in cui tutti si conoscono e in cui la morte di ognuno è ancora una notizia importante e di interesse generale, oltre che l’ultimo spunto narrativo e quasi fiabesco per quella cordiale tessitura di voci, aneddoti, sentimenti che da sempre unisce e coinvolge i luoghi in cui gli anziani prevalgono numericamente su tutti gli altri.
A Imola in genere si muore vecchi, o molto vecchi. In genere muoiono prima i vedovi delle vedove. In genere i vedovi erano già morti prima di morire, perché da vivi li vedevi aggirarsi spauriti e stonati appoggiati a un bastone o lucertolati ad un muro, come ossi di seppia tralasciati sulla riva dalla risacca della vita. Le vedove, invece, in vita emanavano ancora una specie di splendore soddisfatto, di energia tragica, che mai le distraeva un attimo da tutto quel che restava da dire e da fare, e che oggi trapassa persino nelle espressioni lucenti della loro ultima fotografia. Che è già lì a preannunciare una morte indaffarata, e lo sbarazzino sgambettio della defunta persino di là, a rassettare le stanze del nulla.
Sotto il nome del morto è riportato a volte il suo soprannome, quello con cui tutti lo chiamavano in vita e che deve servire a identificarlo immediatamente senza altri sforzi di memoria. Spesso sono soprannomi dialettali, sincopati, tronchi; a volte diminuiscono il nome proprio, a volte lo vezzeggiano, altre volte ancora lo sfotticchiano delicatamente.
In altri casi invece, anche a girarlo e a ribaltarlo in mille modi il soprannome non svela nulla del nome di battesimo e addirittura è a sua volta un altro nome completamente diverso. E in quella piccola impostura onomastica pare allora di ritrovare quegli antichi codici segreti dei gruppi ristretti dentro i gruppi più larghi in cui si scappava via dall’autorità delle famiglie, delle scuole, degli eserciti, e si provava a rifondare se stessi dentro un’identità nuova e autentica, apparentemente conosciuta solo dai propri compagni di congiura e custodita solo da loro.
A Imola, a quanto si legge sui manifesti, i funerali religiosi sono ancora più numerosi di quelli civili. A volte le celebrazioni sono annunciate in modo franco, lineare, come sigillo inappuntabile di una vita di fede e devozione: e in quei casi il nome della chiesa, le modalità della benedizione sono snocciolati dai parenti con orgogliosa fierezza e, oserei dire, con un filo di vanità.
Altre volte, soprattutto per quelli degli uomini, e soprattutto per quelli di cui si intuiscono passati anarchici, socialisti, anticlericali, la notizia del transito in chiesa della salma è data in modo imbarazzato, quasi stupefatto: questa volta il prete diventa l’intermezzo clandestino tra la sosta iniziale nella camera mortuaria per il commiato civile dal defunto e quella conclusiva al cimitero, per la sua cremazione. Lenin diceva che la religione, nella vita degli uomini, è un’acquavite spirituale. Per gli uomini imolesi verrebbe da dire che la religione diventa tale soltanto in morte, e con lei si brinda insieme agli altri sulla propria tomba, scommettendo per l'ultima volta di potere ubriacare persino Dio.
A Imola muoiono qualche volta i quarantenni, i ragazzi giovani, persino i bambini. Ne danno l’annuncio messaggi dolci e sobri che sembrano infilati in mezzo agli altri quasi per sbaglio o per un refuso grammaticale del destino, ma che subito li sovrastano e li annullano e li attirano a sé dentro un vortice di tristezza.
Mai come in quel caso il necrologio è allora la coreografia letterale di uno scandalo: la lista infinita dei congiunti, tutti più vecchi di colui che si saluta; il numero striminzito dell’età del defunto, che ingrandisce agli occhi ogni volta che lo riguardi per capacitarti di quel che leggi; la sproporzione infinita tra l’entità di un dramma incomprensibile e la povera e inutile compostezza con cui chi resta convoca gli altri all’ultimo saluto a messa. A chiedere ragione di cosa ? E perché ? E soprattutto, a Chi ? "Signore, avvicina a noi questo calice, perché questa è la Tua volontà, e non la nostra". Acquavite spirituale, come si diceva.
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