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venerdì 6 ottobre 2017

Nightmare's diary pt 1

Era l’ennesima sera tranquilla e nebbiosa, ma indubbiamente quella che Dina avrebbe ricordato di più.
Passeggiava con due amici dai volti lunghi ed ombrosi, non avrebbe saputo neanche dire i loro nomi, ma lo sapeva, lo sentiva che erano suoi amici. Di quelli veri, che si sarebbe portata dietro tutta la vita, di quelli fidati. Lo sapeva che era così. Ma in quel momento, in quella sera, non sarebbe stata capace nemmeno di dire i loro nomi.
Passeggivano lungo un viale illuminato tenuamente da vecchi lampioni. Era tutto tranquillo e silenzioso, solo i passi sull’asfalto rompevano la quiete. Ma il loro era un silenzio d’intensa. Certe amicizie non hanno bisogno di costante intercomunicazione.
Quella mattina, dopo esser usciti da scuola tutti e tre insieme, avevano deciso di percorrere una strada di ritorno alternativa, così, per cambiare.
Avevano quindi oltrepassato la scuola dal lato destro, invece che dal consueto sinistro, allungando la strada di una decina di minuti.

“No”, aveva pensato Dina, “la mamma non si arrabbierà anche se tarderò.”

Avevano attraversato un bel parco in cui i colori autunnali risaltavano: al loro passaggio, accompagnato dal vento, venivano seguiti da leggere foglioline gialle e rosse, calde dell’ultimo sole. Chiaccheravano allegramente, discorrevano di scuola prendendo in giro quel nuovo professore un pò goffo, e che forse era troppo buono per una classe come la loro. Oppure rimanevano in silenzio, ognuno assorto nei suoi perchè, nei suoi per come, nei suoi niente.
Dina continuava a cercare di focalizzarsi sul viso di uno dei due amici, ma proprio non ci riusciva. Era come se quella mattina non fosse più capace di ricordare nomi e volti. Mentre si concentrava su questo pensiero, il paesaggio aveva abbandonato il parco per dedicarsi a zone di abitazioni disabitate. Case e capannoni dai vetri rotti, macerie sui giardini, carcasse di autovetture arrugginite a fianco degli stabili, alle quali immancabilmente mancavano le ruote, i sedili, il cofano...
Erano profondamente assorti da questo paesaggio, che mostrava loro una zona surreale e sconosciuta della dolce cittadina. Possibile che non si fossero mai accorti di un posto così?
In fondo alla strada si stagliava un lungo casolare da industria, monopiano e dal tetto basso ed orizzontale. Le finestre, man mano che si avvicinarono, erano rettangolari e strette, tutte parallele e dai vetri opachi di polvere. Particolarmente curiosa era l’entrata: mancava della porta a doppio battente, era solo un buco vuoto che dava sul buio leggermente illuminato dalla luce delle finestre. Rallentarono un poco per sporgersi dalla strada e curiosare verso quella voragine.
Dina si trattenne sul marciapiede, qualcosa le suggerì di non avvicinarsi troppo.
I due amici intraprendenti avevano invece varcato il cancello aperto, si addentravano nel giardinetto di cemento, osservavano verso la porta. “Cosa gli suggerisce il cervello?” pensava la ragazza. Passò qualche minuto mentre i due rimanevano immobili davanti al varco, lo sguardo vacuo perso all’interno. Si sentivano chiamare. Ma l’amica li distolse presto da questa illusione, prendendoli per i cappucci dei giubbotti. Incapace di nominarli per nome, li trascinò verso la strada. Attoniti ancora fissavano la porta vuota.
Per il resto del ritorno i due amici continuarono ad essere silenziosi ed assorti, svuotati e riempiti di qualcosa. Si salutarono dandosi appuntamento per quella sera.
Prima di andare via la ragazza urlò ai due compagni “Ma cosa c’era di così interessante oltre quella porta?”
Tentennavano a rispondere... Uno sussurrò velocemente ”Paglia, solo paglia” e si allontanarono.
Eppure i due ragazzi erano sicuri che a chiamarli per nome da dentro l’edificio, fosse stata proprio la voce dell’amica...
Continuavano a passeggiare, si erano scambiati neanche quattro parole da quando si erano incontrati sotto casa di lei. Dina era certa che sarebbe stata un’altra serata noiosa, e trovava i due amici sempre più ombrosi, e sempre più inconcepibili nel pensiero. Non riusciva a dar loro forma, voce, fattezze, nome. Come trascinati dal volere del vento, che spingeva alle loro spalle, si avviarono verso la zona scoperta quella stessa mattina. Una tacita intesa tra i due ragazzi trasportava anche la compagna, distratta in pensieri esistenzialistici d’identità.
Così si ritrovarono davanti al cancello di ferro che dava sul giardino cementato dell’industria, dalla cui entrata usciva solo un sibilio prodotto dal vento.
“Ma come ci siamo arrivati qui?”non ebbe il tempo di pensarlo. I due ragazzi entrarono decisi al giardino poi sparirono nell’ombra varcando la porta, guidati da voci suadenti. Il buio li inghiottì.
Dina era terrorizzata. Cosa fare? Entrare insieme a loro, e dar prova di coraggio, o scappare a casa e sembrare una femminuccia? Avrebbe voluto tanto chiamarli per nome, ma non poteva, non riusciva, non era più capace. Chi erano o come erano fatti i due amici tanto amati non lo sapeva più. Rimaneva solo un forte senso di legame e d’amore, di fratellanza, che la spinsero ad entrare. Qualcosa non andava.
Si lasciò spingere dal vento verso il varco buio. Mentre la sua ombra spariva in un buio molto più grande, rabbrividì. Un lungo corridoio percorreva la zona sotto le finestre opache, lo percorse quasi di corsa, una morsa stretta allo stomaco e il senso sempre più opprimente di essere seguita.
Girò l’angolo del corridoio e sboccò su un camerino angusto.
Una scena raccapricciante la travolse: i due amici erano immobilizzati, il viso invisibile e quasi liquido in smorfie di terrore; alle loro spalle due figure con in testa sacchi di iuta grigiastri, due buchi per gli occhi e la bocca cucita con lo spago.
Un terzo di questi avvolse in una stretta la ragazza, prendendola alle spalle, costringendola a guardare la scena senza poter voltare la testa. Le braccia intrappolate dietro la schiena, il viso del suo aguzzino, anch’esso insacchettato, di fianco al suo orecchio... rideva..
“Non puoi fare niente, non puoi fare neinte” le sussurrò “chiamali per nome e te li darò vivi”.
Le mise una mano in bocca. Inutile comunque, perchè non avrebbe saputo dire come si chiamassero.
“Non puoi fare niente...” Davanti a lei venivano estratti due coltelli dalle lame smussate.
“Non puoi fare niente...” i due volti inespressivi della tela avvicinano le lame ai ragazzi.
“Non puoi fare niente, puoi solo vederli morire!” I teneri colli venivano recisi tra le risate folli dei macellai, le cui vesti si tingevano di liquido caldo, i corpi trattenuti scossi dalle ultime contrazioni che poi caddero, pesanti, recisi dalle teste.

“Non puoi fare niente...”

E.T.- Eva Tondini

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