Benvenute/i. Questo è il BLOG dell’Associazione Ippogrifo Imola vivere la scrittura (Associazione culturale e ricreativa). Noi scriveremo. Voi potete commentare e avviare chiacchierate condivise.

martedì 5 settembre 2017

"Micol e altro" (di Michele Castellari)

Dominique Sanda
Nell'adolescenza ognuno ha diritto alle sue perversioni immaginifiche: la mia fu quella di desiderare di essere ferrarese. Perché solo così avrei potuto godere appieno della topografia sentimentale dei romanzi di Giorgio Bassani. Le genealogie familiari, indecise tra la rievocazione storica e il virtuosismo da portineria; le mura antiche come nervatura pedagogica di una città, che a un bolognese evocano solo il dolore di avere perduto la propria; il ritmo ciclabile di un'attitudine esistenziale, che di quel mezzo di locomozione ha la pazienza e la frenesia; le malizie e le disperazioni di un'inquietudine assorta a metà strada tra Ferrara e la luna, come in quella poesia di Borges.

Micol Finzi Contini, protagonista del romanzo più noto di Bassani, è stata il grande amore letterario dei miei sedici anni. E il paradigma morale di quella ragazza, leggiadra e volatile come una farfalla un attimo prima di scendere muta nel gorgo dei campi di concentramento, me lo sono portato dietro per sempre: il senso dell'attesa come indolenza e come presagio, come pulsione e come perpetua inettitudine a darle un compimento (Vittorio De Sica, nel film tratto da quel romanzo, seppe ambientare magnificamente il racconto negli irreali giardini di cristallo di una comunità ancora sospesa e dimentica dell'orrore che le si stava compiendo attorno. E indovinò anche l'interprete di Micol, restituita nelle fattezze ridenti e fuggitive di Dominique Sanda. Ma ne mancò totalmente la resa cinematografica: una ragazza misteriosa, sensuale, ineffabile, malamente tradotta nella banalità carnale di una maliarda precoce e capricciosa).
Il Gruppo 63, simpatica e sopravvalutata congerie di Franti del pensatoio critico italiano, a un certo punto cannoneggiò senza pietà la letteratura di Bassani, accusandola di essere una variante appena più licenziosa ed evoluta di quella di Liala. Scemenza dispettosa di cui si sono perse le tracce e che ebbe comunque la sua pronta nemesi, tanto che anche i franchi tiratori di quel pensatoio, come nella profezia di Barthes, furono ben presto richiamati all’ordine dal medesimo sistema di cui si illusero di essere iconoclasti. Umberto Eco si rifugiò nella narrazione furba e vagamente fraudolenta del Medioevo sessuofobo e inquisitorio. Angelo Guglielmi si ingegnò a lialeggiare su Raitre gli intrecci sanguinolenti o pettegoli dei telefoni gialli e dei chi-li-ha-visti, Edoardo Sanguineti...no, Edoardo Sanguineti rimase invece fedele a se stesso, continuando a scrivere brutte e spocchiose poesie algoritmiche, come trent’anni prima.

Giorgio Bassani, al culmine del suo epos cittadino, nel frattempo scriveva il suo romanzo più bello, L’airone, che è il meno ferrarese di tutti (anche le perversioni adolescenziali prima o poi si fanno una ragione della loro caducità). La giornata di un ricco avvocato che fa una battuta di caccia in compagnia di amici tra le paludi del delta del Po e intanto, stanco di tutto, medita il suicidio. Risoluzione che deciderà di portare a compimento non appena scorgerà nella vetrina di una bottega alcuni uccelli impagliati: volendo raggiungere al più presto la loro imperturbabilità composta, la loro disseccata pacificazione.
Potrei concordare col Gruppo 63 solo su un punto: che la letteratura di Giorgio Bassani presenta effettivamente una specie di acerba incompiutezza, di approssimazione torbida che ha sporadici tratti da romanticismo glamour un po’ d’antan. Una certa aristocrazia della sofferenza, chiamiamola così, che alla ragione veduta di un senno maturo può talora disturbare, o apparire eccessiva. Ma forse proprio per questo resta ancora una letteratura vivida, evocativa, capace di riempire miracolosamente gli spazi narrativi di un genere letterario forse già al tramonto (e spesso proprio il tramonto fisso e didascalico di una cartolina).
Come avrebbe chiosato lo stesso Bassani, che fu anche insospettato e grande poeta,
“Cosa mi ha indotto dunque durante la notte ad abbandonare lo spazio del suo grande corpo assente se non l’ansia d’essere anche io niente?“
Michele Castellari

Dominique Sanda


Nessun commento:

Posta un commento

Print Friendly and PDF